Rachel Carson, la “madre” del pensiero ecologico secondo Danilo Selvaggi

Ginevra Amadio 21 Aprile 2023

Il saggio dello studioso e direttore generale della Lipu, intorno alla grande biologa statunitense che ha cambiato la nostra maniera di percepire la natura. Proponendo un’idea di agricoltura rispettosa degli ecosistemi

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Ginevra Amadio Collaboratrice

Giornalista e critico letterario

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Immagini che si legano a suoni, movimenti fissati in istanti, in brevi bagliori, come un dolce contrappunto fra documento e visione. La nostra idea di natura non sarebbe la stessa senza l’acume scientifico di Rachel Carson (1907-1964), autrice di quell’opera-manifesto che è Primavera Silenziosa (Silent Spring, 1962), atto d’accusa contro i colossi della chimica, osservatorio privilegiato sulle contraddizioni dello sviluppo. Si deve al suo impegno l’abolizione del Ddt (nel 1972 negli Stati Uniti, sei anni dopo in Italia) e il ripensamento critico attorno all’uso dei pesticidi, rei dell’annichilimento del canto degli uccelli e dell’anestesia uditiva della primavera.

A sessant’anni dall’uscita del volume, pochi mesi fa, lo studioso ecologista Danilo Selvaggi, dal 2012 direttore generale della Lipu (Lega per la protezione degli uccelli), pubblica un libro dedicato a questa splendida figura di donna, scienziata e letterata, indicata ex post come madre della cultura agroecologica contemporanea. Il lavoro militante, lo sguardo arguto e controcorrente è qui indagato a partire dall’intreccio tra vicende intellettuali e umane, in un testo che già dal titolo rivela la poeticità sottesa al rigore del suo metodo.

Rachel dei pettirossi (Pandion, 2022) è infatti un agile viaggio nelle pieghe dell’universo Carson, un percorso in tre tappe – Prima della Primavera, Nella Primavera e Dopo la Primavera –in cui l’autore racconta la genesi, i contenuti, i valori e le conseguenze generate da quella dirompente pubblicazione. Scrive Selvaggi nel suo volume:

«Primavera silenziosa è una critica alla tradizione di pensiero che ignora la condizione vivente della natura (della natura non umana) e considera la natura un mondo inerte e chiuso, privo di relazioni significative, quasi non vivo, e anche per questo facilmente assoggettabile alle più varie pratiche di controllo».

Il senso del suo lavoro sta tutto qui, in una sorta di acclimatamento nello sguardo di Carson che è anche monito all’odierna scienza, a quella concezione del sapere viziata dall’iper specialismo e da una sistematica divisione degli ambiti, delle competenze. Un buon esercizio di tecnica più che una pratica a tutto tondo, capace di incidere le coscienze come nel caso di Silent Sping. In tale prospettiva, “L’Ecosistema Carson” tratteggiato da Selvaggi si pone come bussola fondamentale per orientarsi in questo mondo, meglio ancora per rovesciare il paradigma della separazione, dello scarto fra tradizione e modernità che fa, dell’ambientalismo odierno, un campo di lotta frammentato.

La lezione della scienziata diviene allora un osservatorio sui limiti dell’impianto scientifico e un monito – quanto mai attuale – sulle contraddizioni di quello che Pier Paolo Pasolini definiva “sviluppo” senza “progresso”, a dimostrazione di come occorra recuperare certi sguardi per fare un passo in avanti, per concepire l’ambiente come un sistema totale, in cui convivono spiritualità e tecnica, metodo e meraviglia.

È questo il fuoco più originale dell’opera di Carson e la falda di significato che permea tutto il libro di Selvaggi, che con lingua piana descrive il sentimento in termini di “impresa”, di traguardo necessario:

«Poche sfide sono oggi importanti e nondimeno difficoltose quale quella di capire in che modo il nostro mondo razionalizzato possa riacquistare il fascino, la meraviglia, persino la sacralità senza cedere in scienza e conoscenza. Una sfida che sembra persa in partenza ma che merita di essere giocata e possibilmente, in qualche modo vinta».

Così, Rachel dei pettirossi ha il merito di presentare al pubblico una delle figure più interessanti del secolo scorso, punto di coagulazione fra discriminazioni politiche, culturali e di genere mentre il senso di “meraviglia”, lo sguardo prolungato e privo di potere della letteratura restituisce all’ecologia un livello di analisi dimenticato, forse il più adatto a interpretare le urgenze di questo presente.

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