Franco Arminio
Futuro

La mia giornata della terra

La civiltà contadina “svuotata” dalla modernità, la crisi delle nostre città schiacciate fra auto e palazzi. La necessità di un impegno corale degli artisti per il Pianeta. Le riflessioni di un poeta e scrittore, fra i più sensibili alle bellezze e ai problemi dell’ambiente, in occasione della Giornata della Terra. Anzi, della terra

Franco Arminio 20 Aprile 2023

Oggi ho festeggiato la mia giornata della terra. Sono andato a Portici. Nella reggia c’è la sede dell’Istituto agrario. Sono andato per celebrare Rocco Scotellaro, morto 70 anni fa in quel luogo dove era andato a studiare assieme a Manlio Rossi Doria: era un tempo in cui si ragionava di città e campagna, si ragionava di come modernizzare il paese senza svuotare le campagne. Quello che era l’approccio di Rossi Doria e di Scotellaro è stato sconfitto: ha perso in Italia e forse ha perso in tutto il mondo. Hanno vinto i modernisti a oltranza, hanno vinto quelli che pensavano che la civiltà contadina andasse rottamata per fare posto ad altro.

 

Rocco Scotellaro accanto ad un asino nella celebre immagine scattata nel 1951 a Tricarico (Mt)

Rocco Scotellaro in una celebre immagine scattata nel 1951 a Tricarico (Mt)

 

Il mondo come una cava

L’odierna crisi ambientale nasce dal fatto che ha vinto chi intende il mondo come una cava da cui estrarre reddito e non chi lo considera una casa in cui abitare. So bene che in mezzo c’è la questione del lavoro e del reddito. So bene che nel mondo contadino di Rocco Scotellaro il reddito giornaliero era di cinque lire, mentre un chilo di pane costava una lira e mezza. So bene che ci siamo a lungo dibattuti nella contraddizione ambiente-lavoro. Penso spesso alle parole di un documentario televisivo sull’arrivo dell’acciaio a Taranto, a un certo punto si sente la voce di Dino Buzzati che recita qualcosa di questo genere:

«Arriva l’acciaio a Taranto, finalmente vengono sradicati gli ulivi, simbolo di miseria millenaria».

 

Fra Portici e Bisaccia

Ragionare sulla Giornata della Terra significa anche guardare come e dove lo abitiamo questo nostro pianeta. A Portici ci sono 12.000 abitanti per chilometro quadrato. A Bisaccia, il mio paese, siamo meno di quattromila abitanti in cento chilometri quadrati. Stiamo parlando di due luoghi della stessa regione. Bisaccia non sta in Mongolia, Bisaccia è un museo delle porte chiuse, come tutti i paesi dell’Appennino, e Portici è tutta auto e palazzi, una mancanza di spazio resa ancora più stridente dalla luce bellissima di quel luogo diviso tra il Vesuvio e il mare. Trasformare posti naturalisticamente tanto affascinanti in un deposito di materiale edile è un disastro che si è compiuto in tanti posti in Italia e nel mondo.

Dentro la crisi ecologica

Sarebbe ora di fare politiche tese a svuotare le zone troppo piene e a riempire quelle troppo vuote. Sono politiche che richiedono tempo e questo è il motivo per cui non le avvia nessuno. Lo stesso vale per la battaglia contro la crisi climatica: quando c’è qualche evento estremo si solleva il problema, ma poi puntualmente si continua col solito andazzo, come se il mondo non possa che andare come sta andando. A me pare evidente che la crisi ecologica non sia una delle crisi che ci aspettano, non è un nodo che prima o poi arriverà al pettine, ci siamo già dentro nel nodo.

I governanti continuano a organizzare vertici in cui si fissano obiettivi che poi non vengono rispettati e che comunque sono largamente insufficienti.

A questo punto la questione si sposta sulle nostre scelte. E qui bisogna subito dire che non sono scelte irrilevanti. Forse ognuno di noi conta più dei propri governanti, ma solo a condizione di portare avanti con rigore le nostre posizioni. Non si tratta solo di manifestare contro gli insensibili all’ambiente, cosa assolutamente necessaria. Si tratta anche di guardare il mondo con dolcezza, guardarlo come se ogni sguardo fosse una carezza.

Meraviglie di maggio

Ci pensavo tornando da Portici al mio paese. C’era il verde che fino a pochi giorni fa era nascosto, c’era la vigilia del verde che ci aspetta nel miracoloso mese di maggio. Io a maggio sono commosso a oltranza per quello che vedo in ogni luogo. Penso che a maggio tutti dovrebbero avere una settimana di vacanza per andare a guardare i luoghi. Ci sono cinquanta sfumature di verde in ogni paesaggio, ci sono le foglie che meriterebbero il premio Nobel della letteratura: nessuna opera degli scrittori può competere con l’opera degli alberi. Purtroppo, oggi appare dissolta la società letteraria e gli scrittori non riescono a costruire un fronte per dare forza a chi si batte in difesa dell’ambiente.

 

Oltre l’autismo corale

Per me oggi è assurdo pensare a un lavoro artistico che non metta al primo posto la questione ambientale. Se non lo fanno gli artisti chi deve farlo? Assistiamo, purtroppo, nel mondo dei creativi all’esplosione dell’autismo corale: ognuno è teso a seguire la sua carriera, nessuno ha tempo per ragionare di battaglie comuni. Il mondo per essere salvato ha bisogno del nostro tempo. Il mondo non si salva se non cambiamo le nostre agende quotidiane. Pare di assistere a un continuo trasloco della vicenda da un corpo all’altro: ognuno pensa che spetta ad altri, ognuno pensa che si possa fare domani quello che non si fa oggi. La poetica del rinvio è diventata una poetica di massa.

La cosa assurda è che non stiamo bene, è che questo modello sociale ed economico ci rende tutti più soli, oltre a produrre crescenti ingiustizie.

Cambiare strada

Dunque, sarebbe più logico cambiare strada. Non immagino che ci possa essere una strada senza conflitti, non credo che l’attenzione all’ambiente ci metta in pace una volta per tutte. La battaglia per trovare un senso alla vita resta aperta, il senso resta sempre in bilico. Quello che non possiamo permetterci è di perdere il luogo dove alleviamo le nostre perplessità, i nostri sogni di una nuova comunità.

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