Lorenza Zambon, l'attrice giardiniera Lorenza Zambon, l'attrice giardiniera
Teatro

Salvare il Pianeta con l’arte. A tu per tu con Lorenza Zambon, l’attrice giardiniera

Conduce da oltre trent’anni una ricerca originale sul rapporto fra natura e creatività nel cuore del Monferrato. Così l’artista e scrittrice si racconta

Stefania Chinzari 17 Aprile 2023

«Sono animata da un ottimismo che sfiora la dabbenaggine, ma con questa guerra ho avuto un crollo, lo confesso. Le morti, i feriti, gli schianti. E, più in generale, la fragilità del mondo che conosciamo. Tra dieci anni il disastro climatico non permetterà di vivere in tanti posti… Ma non per questo smetto di lottare, anzi. Mi batto ogni giorno. Abbiamo salvato 14 ettari di bosco qui intorno dal motocross. Creo relazioni e biodiversità, soprattutto nei pensieri». Sono le parole, segnate allo stesso tempo da speranza e preoccupazione, di Lorenza Zambon: la teatrante-giardiniera e orticoltrice, regista e scrittrice che da oltre trent’anni vive e lavora sulle colline del Monferrato, portando avanti un interessante esperimento di “teatro fuori dai teatri”, la fertile ibridazione tra arte e natura che è arrivata a far coincidere le sue passioni, vale  dire la scena e il lavoro della terra.

 

 

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Dal Veneto, la sua compagnia “Casa degli alfieri” è arrivata nell’antica cascina tardo-settecentesca della Bertolina nel ‘94, ha strappato il frutteto alle erbacce e avviato una pratica di co-housing ante litteram che ancora oggi rappresenta una “casa del teatro” che ospita le famiglie coinvolte nello storico ensemble teatrale e i loro progetti, le collaborazioni artistiche, il festival e gli amici che passano a trovarli. Nascono qui, dal grande giardino che si affaccia sul paesaggio delle colline, gli spettacoli di Lorenza e i suoi libri, da Lezioni di giardinaggio planetario a Un pezzo di terra tutto per me. Un giardino per fiorire in ogni stagione (Ponte delle Grazie, 2018), le “Audioguide di paesaggi”, la rete con gli artisti, attivisti, scienziati, studiosi e molto altro che dà vita, ogni anno, alla sezione artistica del “Festival della Biodiversità” del Parco Nord di Milano, di cui è condirettrice.

Lorenza, oggi si fa un gran parlare di ecologia, sostenibilità, emergenza climatica, con fini spesso speculativi o di marketing. Qual è il messaggio ancora vivo e pregnante del suo lavoro?

Il nostro punto di partenza rispetto alla natura è stato il teatro, non la politica ecologista. Siamo venuti qui cercando una casa per tutti noi e abbiamo scoperto un posto che ha reso migliore la nostra vita. Fuori dalla città, entri in un altro tempo, tutto cambia e trova sostanza. Le piante sono così. E non serve per forza un bosco, basta un geranio sul davanzale. Quando cominci ad innaffiare, togliere la fogliolina secca, potare, quando vedi crescere, entri in relazione. È questa la strada che porta al Pianeta, a tutti gli altri esseri viventi. Ancora oggi parlo della natura passando, partendo dalle mie emozioni. Dalla meraviglia condivisa. Il teatro, in genere, è fatto per metà da chi sta sul palco e per metà dal pubblico. Qui invece c’è anche il luogo, che non è un fondale, ma un luogo reale e vissuto, storie e lotte di alberi che sono vivi e veri quanto le persone, altri corpi viventi.

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La natura porta salute, è terapeutica. Il teatro anche. Quali sono le malattie più acute di questo nostro presente?

Non parlerei di malattie, ma certo come andrà a finire questa dematerializzazione, la virtualizzazione verso cui ci spingono è preoccupante. Chiaro che la tecnologia ci dà grandissime possibilità, la rete in sé è un’opportunità grandiosa, ma noi siamo fatti di corpo. Per le donne è ovvio. Il corpo è la nostra interfaccia e in un bosco ci puoi camminare solo con il corpo. Entri e pian piano la testa cambia. Ti riequilibri nell’attenzione, ti liberi  dai meccanicismi del computer. Perché stiamo imparando a pensare come loro, le macchine. Il mio compito invece è il teatro che è materia vivente. È creare contatto fra i corpi e i pensieri. I pensieri che non sono mai del singolo, ma dell’ambiente umano che abbiamo intorno. Sono condivisioni, relazioni, vita. Altrimenti che senso ha collegare tutti i cervelli?

A quali nuovi progetti sta lavorando?

Mi sono presa una pausa dall’attualità con un nuovo spettacolo, La dama degli Argonauti, la storia di Jeannette Power, naturalista inglese che ai primi dell’Ottocento ha girato tutta la Sicilia a piedi, studiando pesci e molluschi. Fu lei a inventare l’acquario per meglio osservare gli animali marini ed è da molti riconosciuta come la vera pioniera della biologia marina. E poi la nuova edizione del Festival della Biodiversità, a giugno a Milano, con il progetto Il terzo passo – Foreste futuro, foreste pluviali, in collaborazione con altri artisti, da Sista Bramini a Sosta Palmizi, che lavorano con la natura, in maniera sostenibile, alla ricerca di una relazione diretta e profonda con il pubblico e i luoghi. Amo lavorare con uomini e donne “ponte”, che hanno la vocazione di perdersi, che non temono la biodiversità dei pensieri.

Il suo teatro giardiniero vivifica il pubblico, semina iniziative, crea relazione. Rigenera, insomma.

La rigenerazione è in atto in tanti luoghi. Da parte di tanta gente. Ci sono i ragazzi a Bologna che hanno trasformato una ex caserma in un orto, con tanto di mercato e tutto il quartiere che collabora. C’è il movimento cittadino nato attorno al Lago Bullicante dell’ex Snia a Roma. I 42 ettari del parco La Goccia a Milano ci indicano la strada: la natura si rigenera da sola. Il rinselvatichimento non è degrado e non c’è bisogno di nessuna archistar. Lasciate fare alle piante e il mondo si rigenererà.

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