Le trebbie sono i residui dell’ammostatura della birra: scorze del malto e altre parti di cereali esausti, che costituiscono il più grande materiale di scarto della produzione. 200 grammi per ogni litro di birra, 37 milioni di tonnellate all’anno. Circa il 70% delle trebbie diventa mangime per il bestiame, il 10% si usa per produrre biogas. Il restante 20% diventa spazzatura che rilascia metano in discarica. Ma aziende e ricercatori stanno studiando come utilizzare le sostanze chimiche presenti.

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Nutrienti preziosi
Hanno iniziato alcuni grandi birrifici, producendo dalle trebbie latte d’orzo vegano. Poi, nel 2024 la start-up svizzera Upgrain ha avviato un metodo di lavorazione per trasformare i cereali esausti dei birrifici in proteine e fibre. Sia la Food and Drug Administration che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare le hanno approvate come idonee al consumo umano. «I cereali esausti dei birrifici sono una specie di tesoro nascosto in termini di nutrizione sostenibile e sana», ha detto alla BBC William Beiskjaer, co-fondatore di Upgrain.

William Beiskjaer. Foto: Upgrain
«Al consumatore dobbiamo far capire che l’esausto di frumento dei birrifici non è un prodotto di scarto, bensì lo stiamo salvando dall’essere un prodotto di scarto».
Nuovi utilizzi
Anche Agrain in Danimarca e BiaSol in Irlanda stanno vendendo proteine e fibre dei cereali esausti della birra ai produttori di cibo industriale. Li ritroveremo in prodotti da forno, pizze, patatine, caffè o come alternative vegetali alla carne. Persino al posto dell’olio di palma, grazia all’uso di microrganismi che producono acidi grassi nella produzione. Un limite all’impiego è dovuto al rapido deterioramento. Vanno perciò utilizzati vicino al luogo di produzione. Nel frattempo si studiano metodi per facilitarne la conservazione.
Non solo cibo
L’azienda britannica Arda Biomaterials dalle proteine dai cereali esausti ha dato vita a un materiale forte e flessibile, una sorta di ecopelle testata con borse e portacarte. La produzione è avvenuta finora su scala di laboratorio, ma nel corso di quest’anno aprirà a Londra un impianto pilota. Secondo il cofondatore Brett Cotten, il 10% della produzione di cereali esausti dei birrifici del mondo basterebbe a soddisfare la domanda globale di pelle.

Alte potenzialità e alto consumo energetico
Essendo anche ricchi di antiossidanti, quegli stessi cereali potrebbero sostituire sostanze chimiche nei cosmetici, o le fibre vergini nella fabbricazione della carta. O potrebbero essere usati per creare materiali compositi robusti sì da rendere più sostenibili materiali come il calcestruzzo. La lavorazione dei cereali esausti dei birrifici, tuttavia, richiede metodi meccanici ad alta pressione e temperatura, centrifughe, oppure l’uso di acidi e alcali forti. Tutti processi ad alto consumo e con impatti ambientali di vario tipo. Si stanno perciò esplorando metodi diversi.
Il progetto Polymeer
In Italia, ricercatori coordinati dall’Università di Perugia, lavorano a una nuova bioplastica derivata dalle trebbie. Queste, di solito, prima di essere lavorate, vanno essiccate, con dispendio di tempo ed energia. Ma il team del progetto Polymeer ha sviluppato un modo per lavorarle mentre sono bagnate. «Anche quando le proteine vengono rimosse, restano ancora materiali di scarto come lignina e cellulosa, che hanno il potenziale per essere una materia prima» ha spiegato alla BBC Assunta Marrocchi, professoressa associata di biotecnologia presso l’Università e coordinatrice del progetto.

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«E l’estrazione dei componenti aggiuntivi sembra essere possibile con metodi relativamente semplici e a basso consumo energetico».