Foto: www.penmaix.com
Innovazione

In futuro ci vestiremo con abiti di terra?

La giovane ricercatrice Penmai Chongtoua della Columbia University di New York ha realizzato un tessuto che si basa in larga parte sul terreno di scarto dei cantieri. Produrlo su larga scala sarà difficile. Ma non impossibile

Valentina Gentile 17 Aprile 2023

Si può indossare la terra, letteralmente, aldilà di metafore e allegorie? E quello che si sono chiesti i ricercatori della Columbia University, che stanno sperimentando le potenzialità di BioEarth, un nuovo tessuto composto per il 60% da terra e per il resto da fibre e bioplastiche derivate da amido di mais, cellulosa o alginato presente nelle alghe brune.

Idea giovane

Il tessuto è stato sviluppato presso il Natural Materials Lab della “Graduate School of Architecture, Preservation and Planning” nel prestigioso ateneo newyorkese. A crearlo, Penmai Chongtoua, giovane ricercatrice della Columbia Climate School, convinta da sempre che gli esseri umani non siano elementi separati dalla “pura” natura. È nel laboratorio diretto dalla professoressa Lola Ben-Alon, che è stata sviluppata l’idea: il primo obiettivo era proprio capire cosa si prova a “indossare la terra”.

 

Il tessuto Bioearth tagliato al laser, cucito a mano e ricamato

Il tessuto BioEarth si può tagliare al laser (a sinistra), cucire a macchina (al centro) e ricamare (a destra. Foto: Natural Materials Lab)

Il Pianeta addosso

Dopo un primo indumento modellato sul corpo di una modella come un calco, tanto pesante, solido e inflessibile da poterlo indossare solo stando seduti o sdraiati (quindi in in modalità adatte alla “meditazione”), una delle conclusioni principali, spiega Chongtoua, è che quando si indossa la terra, «si è in grado di pensare in modo più critico, più intenzionale e più attento alle interazioni che hai con l’ambiente». Il materiale è stato reso perciò più dinamico, Chongtoua e Ben-Alon hanno aumentato la flessibilità tramite le bioplastiche derivate da materiali naturali come l’amido di mais, la cellulosa o l’alginato trovato nelle alghe brune.

 

Penmai Chongtoua, la ricercatrice della Columbia Climate School che ha creato Bioearth

Penmai Chongtoua, la ricercatrice della Columbia Climate School che ha creato Bioearth (Foto: Facebook)

«Alla fine, abbiamo trovato una composizione che possiede oltre il 60% di terreno, ma il tessuto risulta flessibile, indossabile», spiega Chongtoua.

Sfida al cotone

Il nuovo BioEarth è abbastanza resistente da poter essere tagliato al laser, ricamato e cucito a macchina. Chongtoua ne ha incorporato diversi pezzi in un kimono che è molto più leggero e flessibile dei suoi capi di prima generazione. E adesso la ricerca continua, nella speranza di migliorare ancora, fino a raggiungere la flessibilità e la resistenza di tessuti come il cotone.

 

Il kimono creato con gli scampoli di Bioearth (Foto: Natural Materials Lab)

Produzione locale

In futuro quindi ci vestiremo di terra con BioEarth? Non proprio, almeno non in un futuro così prossimo, spiegano alla Columbia. Attualmente, il Natural Materials Lab utilizza il terreno di scarto dei cantieri, ma se il tessuto BioEarth fosse prodotto su larga scala, il processo non potrebbe basarsi allo stesso modo sul terreno di scarto.

 

 

 

«Non dimentichiamo che oltre un secolo fa la plastica è stata introdotta come alternativa sostenibile all’abbattimento delle foreste per la produzione commerciale di gomme e resine naturali. Oggi è diventata fonte di crisi ambientale – si legge sulla pagina dell’ateneo che presenta il progetto  –  L’umanità ha visto molte volte che la produzione di massa può portare a enormi impatti ambientali. Anche gli amidi e l’aceto per produrre le bioplastiche devono essere prodotti da qualche parte e questi processi hanno un impatto».

Qual è dunque la soluzione?

Secondo Chongtoua, un approccio decentralizzato per condividere la ricerca con altri gruppi che possano applicarla localmente, nei propri contesti di filiera e di estrazione.

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