Come si può spiegare che cos’è l’inquinamento atmosferico ai nostri bambini? Il problema ce lo siamo posto in famiglia, quando una nipotina ha visto poche settimane fa sul nostro smartphone la foto di una signora cinese che indossava una mascherina antismog.
«Perché se la mette, gira di nuovo qualche virus?» ha chiesto. Valle a spiegare che già prima del Covid le mascherine esistevano e che il loro scopo, in larga parte disatteso, era quello d’impedire agli inquinanti di entrare nelle vie aeree, vale a dire nel nostro naso e poi nei polmoni.

Foto: Getty/Sangkeaw
Come tentava di fare quella signora nelle strade di Pechino che precipita periodicamente, come altre metropoli, nell’allarme smog.
Numeri da interpretare
Il tema è riemerso, stavolta a proposito delle nostre città, nei giorni scorsi con il rapporto Mal’Aria di Legambiente che ha proposto la classifica annuale delle città più inquinate. Ed eccole quelle sigle misteriose, quelle cifre tutte da interpretare, che permettono di definire più o meno tossica l’aria dei centri urbani, sulla base dei dati forniti dalle stazioni di rilevamento del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente: «Nel 2024 – si legge nel documento dell’associazione – 50 centraline in 25 città su 98 hanno superato i limiti giornalieri di Pm10». Oppure: «Il quadro non migliora con il biossido di azoto (NO₂): oggi, il 45% dei capoluoghi non rispetta i nuovi valori di 20 µg/m³». Spiegarlo ai bambini è un difficile compito pedagogico. Ma intanto proviamo noi adulti a capire cosa significa tutto questo e come affrontarlo.
Le unità di misura
Cominciamo col dire che la sigla Pm deriva dalle iniziali di due parole inglesi: particulate matter, vale a dire in italiano “materiale particolato”. I numeri 10 o 2,5 che troviamo accanto a questa sigla stanno ad indicare la grandezza del diametro della particella che può variare, appunto, fino a 10 (o 2,5) micron o micrometri (in sigla µm). Teniamo presente che 1 micron equivale a 1 milionesimo di metro, si tratta quindi di grandezze davvero infinitesimali: la più piccola particella distinguibile ad occhio nudo è di circa 100 µm, un capello ha un diametro in media di 70 µm.

Fonte: Wikipedia/Traduzione Terraneamagazine
I rischi per la salute
L’Istituto Superiore di Sanità definisce il PM10 come frazione toracica in quanto le particelle con questo diametro, passando per il naso, possono raggiungere la gola e la trachea (localizzate nel primo tratto dell’apparato respiratorio). Invece il PM2,5 è chiamato frazione respirabile, in quanto queste particelle più piccole possono arrivare in profondità nei polmoni e sono dunque ancor più pericolose per la salute. Esistono inoltre le particelle ultrafini, con un diametro inferiore a 0,1 micron, vale a dire meno di un milionesimo di metro, che tramite gli alveoli riescono addirittura a raggiungere il sangue. Per queste ultime ancora non esistono limiti e non vengono rilevate.
Le vie del particolato

Elaborazione: Terraneamagazine
L’assedio dei gas
Ma non finisce qui. Perché oltre al particolato nell’aria che respiriamo, specialmente in condizioni di inquinamento, ci sono i gas rilasciati da processi naturali e attività antropiche. Vediamo i principali:
- Gli ossidi di azoto (NOₓ): comprendono l’ossido nitrico (NO) e il biossido di azoto (NO₂). Il primo si forma nei motori a combustione interna e negli impianti industriali, a contatto con l’aria si ossida e diventa NO₂: un gas irritante che forma lo smog fotochimico e altro particolato secondario. Per di più questi composti contribuiscono a formare l’ozono troposferico (O₃), molto critico per le nostre vie respiratorie e per le colture agricole
- Gli ossidi di zolfo (SO): sono stati eliminati dai combustibili per il trasporto su strada ma sono ancora presenti in quelli per le navi e dunque producono inquinamento nelle città portuali
- I Composti organici volatili (VOC): comprendono alcune sostanze che evaporano facilmente ma sono molto pericolosi per la salute, sia per i loro effetti irritanti per le mucose, sia per alcuni danni neurologici che possono provare, sia perché molti di questi, a partire dagli idrocarburi aromatici (benzene), sono classificati come cancerogeni

Foto: Area C
Ma perché d’inverno l’impatto è maggiore?
È presto detto: innanzitutto perché d’inverno alle fonti inquinanti ordinarie si aggiungono quelle che derivano dagli impianti di riscaldamento. E poi perché il freddo crea un fenomeno di stagnazione dell’aria che impedisce al particolato di disperdersi negli strati superiori, fin quando le piogge o le giornate ventilate permettono letteralmente alle nostre città di prendere respiro e ai valori critici di abbattersi.
A proposito di questi ultimi, varrà la pena ricordare che le istituzioni sanitarie internazionali hanno stabilito dei valori limite per le diverse sostanze a tutela della salute pubblica: nel 2021 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha aggiornato le proprie linee guida e nel 2024 l’Ue ha approvato una nuova Direttiva sulla qualità dell’aria, che rappresenta un compromesso fra i valori indicati dall’Oms e quanti puntavano invece verso limiti più elevati. Ora gli Stati membri hanno due anni per recepire la Direttiva che sarà in vigore dal primo gennaio 2030.
Guarda il video dell’Esa sulla diffusione dello smog in Pianura Padana (gennaio 2024)
Le fonti d’inquinamento
Nel frattempo però l’inquinamento prosegue. L’area più colpita dal punto di vista atmosferico in Italia è la Pianura Padana. In diverse città a gennaio si sono registrati livelli “cinesi” di polveri sottili, anche superiori ai 100 microgrammi per metro cubo di aria, sia di PM10 che di Pm2,5. Questo dipende anche da condizioni meteorologiche e orografiche, ma studi recenti nell’ambito del progetto Life PrepAir confermano che sono tre i fattori responsabili: la combustione di combustibili fossili per il riscaldamento domestico (soprattutto legna e pellet), il trasporto stradale (in particolare le emissioni di NO₂ e di ossidi di azoto, precursori di particolato), l’agricoltura e gli allevamenti intensivi (soprattutto tramite le emissioni di ammoniaca, anch’esse precursori di particolato). Ovviamente bisogna aggiungere gli impianti industriali alimentati con combustibili fossili.
Le conseguenze per la salute…
Le conseguenze sanitarie sono notevoli. Basti pensare che secondo lo studio Air pollution and children’s health pubblicato dell’Agenzia Europea dell’ambiente, l’inquinamento atmosferico causa oltre 1.200 morti premature all’anno fra gli Under 18 nel continente e aumenta significativamente il rischio di malattie in età avanzata. Inoltre, nel 2022 (ultimi dati disponibili) i decessi attribuibili a queste cause su scala europea risultano oltre 239.000 (di cui quasi 49mila in Italia) per l’esposizione al PM2,5 e quasi 48.000 (di cui quasi 10mila in Italia) per quella al biossido di azoto (NO₂).
E le soluzioni possibili
Affrontare il problema, per fortuna, è possibile: sempre l’Aea ci informa che tra il 2005 e il 2022 queste morti sono diminuite del 45%, avvicinando l’Ue all’obiettivo del piano d’azione per l’inquinamento zero al 2030. A conferma che la soluzione non sta nelle mascherine: quelle possono servire nelle giornate di emergenza, peraltro almeno di tipo FFP2 che permette di fermare fino al 95% del Pm2,5.
Ma la via maestra è un’altra: applicare, ad esempio, le indicazioni della Direttiva europea n. 2024/1275 eliminando gradualmente le caldaie a combustibili fossili entro il 2040, potenziare il trasporto pubblico e la mobilità attiva (pedonale e ciclistica) favorendo l’elettrificazione del parco veicolare privato. Innovare i modelli produttivi nei diversi settori, compreso quello agroalimentare, perché si riduca l’inquinamento locale e la produzione di gas-serra. E ancora, arricchire di verde le nostre città, attraverso essenze che possano assorbire gli inquinanti, mitigare gli effetti del riscaldamento globale e migliorare la vivibilità complessiva.

Foto: Getty images
Partecipando, infine, con i nostri stili di vita ad una transizione che ci permetta di muoverci, riscaldarci e alimentarci in una maniera più sana per noi e per il Pianeta.



