Si è conclusa da pochi giorni la Cop29 di Baku fra polemiche, preoccupazioni e delusioni, come ormai da anni si concludono le conferenze annuali dell’Onu sul clima. E infatti anche stavolta, nonostante le sempre più urgenti richieste della comunità scientifica, le crescenti pressioni dell’opinione pubblica, e soprattutto le evidenze delle conseguenze degli stravolgimenti climatici, ormai riscontrabili ovunque (basti pensare alla quantità e varietà geografica dei fenomeni atmosferici estremi avvenuti nelle passate settimane praticamente in tutto il mondo), i leader mondiali non sono riusciti nemmeno stavolta a raggiungere un accordo ambizioso e vincolante per affrontare l’emergenza climatica.

Foto: cop29.az
L’assenza di leadership e l’ombra dei lobbisti
Molti dei leader mondiali più influenti hanno disertato l’evento, delegando la partecipazione a rappresentanti di minor rango. Un’assenza che ha indebolito ulteriormente, qualora ce ne fosse bisogno, la capacità di negoziazione e ha favorito le posizioni più conservatrici. Parallelamente, una forte presenza di lobbisti delle industrie fossili ha pesato, come ovvio, sulle decisioni finali. Nonostante le crescenti evidenze scientifiche che dimostrano il legame tra l’uso di combustibili fossili e il cambiamento climatico, le aziende continuano a esercitare una notevole influenza sulle politiche energetiche dei governi. Cop27 a Sharm El Sheik, Cop28 a Dubai.
E adesso, la Cop29 a Baku, in Azerbaijan, la cui economia si basa per oltre il 90% proprio sulla produzione di petrolio (che esporta in dosi massicce anche in Italia, anche grazie al Tap). È lecito chiedersi quanto sia significativa la scelta geopolitica delle ultime Cop, e quanto abbia pesato sui risultati finali.

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Promesse vuote e obiettivi mancati
Risultati particolarmente deludenti in termini di impegni concreti per ridurre le emissioni di gas serra e limitare il riscaldamento globale. Come si diceva, è mancata (ovviamente) anche stavolta una chiara roadmap per la graduale eliminazione dei combustibili fossili, uno dei prerequisiti fondamentali per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Dopo le ormai usuali, stancanti due settimane di negoziati apparentemente molto tesi il nuovo obiettivo di finanza per il clima, infatti, scontenta molte delegazioni, sia per l’esiguità della cifra che, forse ancor di più, per l’assurda tempistica con cui la cifra verrà erogata: appena 300 miliardi di dollari l’anno dal 2035.
Ovvero: non c’è più tempo, come tuonano gli scienziati, ma aspettiamo altri 11 anni, così, per passare il tempo. Senza contare che gli esperti dell’Onu ritengono che il minimo sindacale sarebbero 390 miliardi. Continuando a parlare di cifre stanziate, i finanziamenti destinati ai Paesi in via di sviluppo per far fronte agli impatti del cambiamento climatico sono risultati insufficienti e condizionati da eccessive burocrazie.

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L’accordo finale
L’accordo finale, in sintesi, cancella ogni riferimento agli obiettivi dell’Accordo di Parigi (sia i 2°C sia gli 1,5°C di riscaldamento globale), all’obiettivo di lungo termine di emissioni nette zero, alla riduzione delle emissioni di gas serra del 43% entro il 2030 e del 60% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2019, a qualsiasi dei molti rapporti dell’IPCC, che contengono le sintesi della scienza del clima. Per quanto riguarda la mitigazione del riscaldamento globale, il testo non contiene alcun riferimento alla necessità di avviare la transizione dai combustibili fossili, che invece era presente nel Patto di Dubai siglato alla Cop28 l’anno scorso. E non viene citata alcuna soluzione concreta da adottare per tagliare le emissioni di gas serra.

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Aspettando Cina e Arabia Saudita
Questo solo per citare alcuni dei risultati più deludenti della Cop di Baku, che coinvolgono anche quelli sul Global Stocktake e mercato del carbonio. C’è poi la questione dell’obiettivo dei 1.300 miliardi da raggiungere per ridurre le emissioni. A Baku la grossa novità è stata proprio questa: contrariamente all’impostazione che i negoziati avevano dal 1992, secondo cui solo i paesi ricchi contribuiscono alla finanza climatica, adesso potrebbero contribuire anche paesi come la Cina, gigante economico con un bilancio di emissioni di gas serra di più di tre volte quello dell’Europa e l’Arabia Saudita, grosso produttore di gas e petrolio.

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E se Trump farà uscire (nuovamente) gli Usa dall’Accordo di Parigi, il contributo di questi paesi sarà ancora più importante. Con tutto quello che può significare.