Ieri, nel corso di una riunione Unesco a New Delhi, la cucina italiana è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Il riconoscimento si intitola La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale.
Il percorso per la candidatura italiana è iniziato nel 2020 e ha richiesto oltre cinque anni di lavoro.
Candidature e cibo
Il riconoscimento Unesco arriva dopo quelli della cucina tradizionale messicana, del “pasto gastronomico dei francesi”, del Washoku pasto tradizionale giapponese, e di altri alimenti singoli, dal caffè arabo alla Zuppa Joumou di Haiti. Ricordiamo anche la Dieta Mediterranea aggiunta alla lista nel 2010.
La candidatura della cucina italiana è stata promossa dal Governo italiano, attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, su impulso di tre comunità proponenti: Fondazione Casa Artusi, Accademia Italiana della Cucina e la rivista “La Cucina Italiana”.

Andrea Segré accanto al ritratto di Pellegrino Artusi
Identità multipla
La Fondazione Casa Artusi ha contribuito in modo determinante alla stesura del dossier per mano dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari, presidente del Comitato scientifico che ha curato la candidatura. Il dossier presentato descrive la cucina italiana come un mosaico di tradizioni: un sistema di pratiche e saperi che intrecciano biodiversità agricola, prodotti tipici, artigianato alimentare, mercati rionali, ricettari familiari e convivialità. Per Andrea Segré, Presidente di Casa Artusi:
«Il riconoscimento Unesco è meritato. Da Pellegrino Artusi, il padre della cucina italiana moderna, questo patrimonio si è arricchito in biodiversità culturale e sostenibilità».

Il bestseller di Pellegrino Artusi, pubblicato nel 1891
Rito intergenerazionale
Infatti il riconoscimento Unesco non va a ricette o preparazioni ma al valore sociale della cucina italiana, evidenziato nella candidatura. “Mix culturale e sociale di tradizioni culinarie, associato all’uso di materie prime e tecniche di preparazione artigianale” leggiamo nella definizione della nomination Unesco, “è un’attività comunitaria che enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi a tavola. La pratica affonda le sue radici in ricette anti-spreco e nella trasmissione di sapori, competenze e ricordi attraverso le generazioni”.
Una pratica di cura
“È un mezzo per entrare in contatto con la famiglia e la comunità, sia a casa, a scuola o attraverso feste, cerimonie e incontri sociali. Persone di ogni età e genere partecipano, scambiandosi ricette, suggerimenti e storie, con i nonni che spesso tramandano i piatti tradizionali ai nipoti”.
E ancora, chi la pratica la vede “come un modo per prendersi cura di sé e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali. Offre alle comunità uno strumento per condividere la propria storia e descrivere il mondo che le circonda. Contribuisce inoltre a salvaguardare specifiche espressioni culturali, come la lingua e la gestualità. Favorisce quindi l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale di apprendimento intergenerazionale permanente”.
Condivisione e appartenenza
Di inclusione attraverso la pratica condivisa della cucina parla anche Massimo Bottura, chef e patron dell’Osteria Francescana a Modena. Sulle pagine del Corriere lo chef gioisce del riconoscimento e ricorda l’efficacia di iniziative come quella modenese del “Tortellante”: il laboratorio terapeutico – abilitativo dove, dal 2016, giovani e adulti nello spettro autistico producono pasta fresca fatta a mano, i tradizionali tortellini in primis. Un’esperienza che ha coinvolto tutta la comunità.
Come valorizzare questo patrimonio
La Fondazione Casa Artusi, in concomitanza con la proclamazione del riconoscimento, ha annunciato la nascita dell’Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano. Spiega ancora Segrè: «Attraverso indagini, ricerche e rapporti, l’Osservatorio sarà strumento e opportunità concreta per comunicare in chiave nazionale ma anche internazionale i valori identitari della cucina italiana – gusto, salubrità, sostenibilità – così come per riflettere sulle sfide del nostro tempo intorno alla produzione e fruizione del cibo: dall’efficienza delle risorse al cambiamento dei modelli di consumo, ai valori etici e sociali legati alla tradizione alimentare mediterranea».