Oceani in ostaggio: la Conferenza Onu affonda tra promesse rimandate e trivelle Peter Thomson, inviato speciale Onu per gli oceani durante la Conferenza di Nizza. Foto: Onu
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Oceani in ostaggio: la Conferenza Onu affonda tra promesse rimandate e trivelle

La terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani di Nizza si è chiusa venerdì scorso fra luci e ombre: 800 impegni volontari, finanziamenti per 10 miliardi di dollari. Ma nessun passo decisivo sul Trattato sull’Alto mare e zero vincoli sulla devastante corsa al deep-sea mining. Assenti gli Usa di Trump

Valentina Gentile 17 Giugno 2025

Si è chiusa tra gli applausi dei delegati e le occhiate perplesse degli osservatori la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani, ospitata a Nizza dal 9 al 13 giugno. Cinque giorni di dibattiti, dichiarazioni solenni, buone intenzioni e cocktail istituzionali. 800 impegni volontari, circa 10 miliardi di dollari promessi da enti pubblici e privati per sostenere la resilienza degli ecosistemi marini, 64 capi di Stato intervenuti e una cornice mediatica perfetta per rilanciare l’Agenda 2030.

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A leggerla così, sembrerebbe una conferenza da incorniciare. Ma sotto la superficie luccicante dell’evento si nasconde un fondo piuttosto torbido, fatto di obiettivi mancati, assenze strategiche e compromessi che sanno di sconfitta annunciata: quando si spengono le luci delle sale stampa, resta, come al solito il vuoto degli accordi non vincolanti, delle promesse senza meccanismi di controllo, e soprattutto dell’assenza più ingombrante di tutte, quella degli Stati Uniti.

Washington, il grande assente

Gli Stati Uniti hanno scelto di non partecipare, perché, come dichiarato anche dall’ambasciata Usa a Parigi, «la serie di Unoc (la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano, ndr) è focalizzata sull’implementazione dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile, agli antipodi dell’agenda Usa». D’altronde come si sarebbe potuto giustificare davanti alla comunità internazionale l’accelerazione data dalla nuova amministrazione Trump alle trivellazioni offshore e alla corsa all’estrazione mineraria sottomarina, persino in acque internazionali? «Non possiamo lasciare che gli oceani diventino il Far West dell’avidità umana», ha dichiarato come sempre coraggiosamente e visibilmente irritato nel discorso inaugurale il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Ma a chi parlava, se metà del potere globale era rimasta a casa?

António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite.

António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Foto: Onu

Deep-sea mining: tutti parlano, nessuno agisce

Tra i temi più urgenti c’era la richiesta, da parte di 37 Paesi, di una moratoria vincolante sul deep-sea mining, l’estrazione di metalli rari dai fondali oceanici. Un’attività definita dagli scienziati «potenzialmente catastrofica» per gli ecosistemi marini, e dai movimenti ambientalisti una nuova forma di colonialismo minerario. Ma la moratoria non è passata. E non perché manchi il consenso scientifico, bensì perché le grandi potenzeUsa in testa – non vogliono rinunciare a quel bottino sottomarino.

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E lo fanno sapere, disertando o boicottando qualsiasi accordo che possa limitarne i margini d’azione. Il presidente francese Emmanuel Macron, anfitrione del summit insieme alla Costa Rica, ha usato parole forti: «Chi pensa di fare profitti raschiando il fondo dell’oceano si illude. È una follia ecologica e una pazzia economica». Applausi in sala. Ma nessuna decisione concreta.

Trattato Bbnj, aree protette e plastica

Anche il Trattato per la tutela della biodiversità nelle acque internazionali (Bbnj), approvato nel 2023, resta appeso a un filo. Servono 60 ratifiche perché entri in vigore: al termine della conferenza di Nizza siamo arrivati a 50. L’Italia è tra i paesi che non lo hanno ancora ratificato. L’altro grande obiettivo della conferenza era accelerare la designazione di aree marine protette, per raggiungere almeno il 30% degli oceani sotto tutela entro il 2030. Un traguardo che suona sempre più utopico, visto che oggi siamo fermi all’8%. Le promesse non sono mancate nemmeno sul fronte della lotta alla plastica e alla pesca distruttiva. L’Unione Europea ha annunciato il bando del bottom trawling (pesca a strascico profondo) nelle sue aree protette. Ma i grandi Paesi asiatici non hanno preso impegni. E mentre l’India e la Cina tacciono, le reti fantasma continuano a uccidere, i fondali vengono raschiati, e microplastiche si trovano ormai anche negli abissi delle Marianne.

Oceani in ostaggio: la conclusione della Conferenza di Nizza

Foto: X, France Diplomatie

Fondi per i mari

Dal lato economico, i fondi promessi sono importanti – circa 10 miliardi di dollari tra governi, banche multilaterali e fondi privati – ma purtroppo insufficienti. Alla fine, la conferenza è servita più per fotografare la crisi che per risolverla. Certo, sono stati fatti piccoli passi: si è parlato di governance, di scienza marina, di inclusione delle comunità indigene. Ma si è rimasti sempre sulla superficie. Nessun vincolo, nessuna scadenza obbligatoria, nessuna leva legale. Ancora una volta, come spesso accade in ambito ambientale, il linguaggio è stato generoso, le intenzioni nobili, ma i risultati evanescenti. E mentre Guterres ricorda che “gli oceani sono la risorsa più condivisa e più abbandonata del pianeta”, le grandi potenze continuano a trivellare, estrarre, commerciare e militarizzare le acque. Un gigantesco paradosso a cui le conferenze sulle questioni ambientali sembrano purtroppo essersi abituate: si parla di emergenza, ma si agisce come se ci fosse ancora tempo.

Il mare intanto continua a salire. Silenzioso e inascoltato.

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