Cosa sappiamo del suolo marino? Alla Conferenza di Nizza, insieme a Gaia Blu Foto: Cnr-Ismar
Oceani

Cosa sappiamo del suolo marino? Alla Conferenza di Nizza, insieme a Gaia Blu

C’è anche la nave scientifica del Cnr-Ismar al summit delle Nazioni Unite sugli oceani che si apre oggi in Costa Azzurra. Scopriamo insieme alla geologa marina Marzia Rovere, che guida la missione, i segreti dei nostri fondali ancora in larga parte da esplorare

Enrico Nicosia 9 Giugno 2025

Montagne sommerse alte come le Alpi, cascate sottomarine con salti di diversi chilometri e fosse abissali. Le profondità dell’oceano sono un mondo misterioso, nel quale si incontrano forme del rilievo che non hanno paragoni sulla terraferma, prospera un’incredibile biodiversità e si realizzano alcuni dei più importanti servizi ecosistemici del Pianeta.

Il grande ignoto sotto la superficie

Eppure, il fondo degli oceani rimane in gran parte inesplorato. Secondo le stime, ad oggi abbiamo mappato il 25% dei fondali oceanici, nonostante questi coprano circa il 70% della superficie della Terra.

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«La nostra conoscenza in realtà è anche più limitata. Aver mappato un quarto dei fondali oceanici non significa che li conosciamo nel dettaglio» spiega Marzia Rovere, ricercatrice dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr – Ismar) e capo missione delle spedizioni scientifiche della nave da ricerca oceanica “Gaia Blu”. E sottolinea:

Marzia Rovere a bordo di Gaia Blu

Marzia Rovere a bordo di Gaia Blu. Foto: Cnr

«Significa semplicemente che una nave dotata di ecoscandaglio è passata almeno una volta in questi tratti di oceano e ne ha registrato le profondità».

Nel porto della Conferenza

La nave laboratorio del Cnr è attraccata al porto francese alla vigilia della terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani, che comincia oggi a Nizza, per prendere parte alle iniziative del “One Ocean Scientific Congress”, fra gli eventi preparatori della conferenza dedicati alla scienza degli oceani. Fra i punti al centro del summit ci sarà proprio l’avanzamento delle conoscenze scientifiche degli oceani. E la raccolta di nuovi dati sulle profondità oceaniche è sempre più necessaria. «Dobbiamo andare ancora molto avanti per avere una mappa approfondita dei fondali marini», dice Rovere.

Gaia Blu al porto di Nizza

Gaia Blu al porto di Nizza. Foto: Cnr-Ismar

Fondali sconosciuti

Un recente studio pubblicato su Science Advances, condotto da ricercatori della Ocean Discovery League, organizzazione di ricerca con base negli Stati Uniti e impegnata nelle esplorazioni delle profondità marine, fa comprendere come conosciamo solo una piccola frazione del fondo degli oceani. Valutando i dati di circa 44.000 immersioni in acque profonde condotte negli ultimi 70 anni, in 120 paesi del mondo, gli autori hanno stimato che conosciamo appena lo 0.001% dei fondali dell’oceano profondo.

Alla Conferenza sugli oceani di Nizza insieme a Gaia Blu: Un momento dell'open day a bordo di Gaia Blu

Un momento dell’open day di Gaia Blu, in sosta a Nizza. Foto: Cnr-Ismar

Esplorazioni problematiche

«È una stima plausibile se parliamo di fondali marini più a largo delle piattaforme continentali, dove la profondità del mare supera i 200 metri», commenta Rovere, spiegando le ragioni per cui allontanandoci dalla costa la nostra conoscenza del mare profondo sia inferiore: «Studiare l’oceano profondo è molto più dispendioso in termini economici. Più si va in profondità e più le tecnologie che servono per le esplorazioni sono costose. Questo limita le opportunità di ricerca».

Alla Conferenza sugli oceani di Nizza insieme a Gaia Blu: il fondale marino in sezione

Il fondale marino in sezione. Fonte: Cnr/Pianeta mare

Verso una nuova strategia globale

I dati raccolti dalla Ocean Discovery League evidenziano come la maggior parte delle osservazioni del mare profondo, circa il 65% delle registrazioni finora ottenute, sia avvenuto in acque nelle vicinanze di tre paesi: Stati Uniti, Giappone e Nuova Zelanda. A condurre gran parte delle esplorazioni poi sarebbero stati solo cinque paesi, quali Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, Francia e Germania, confermando come serva una strategia globale per le esplorazioni marine profonde.

Il fondale marino nel Golfo d'Alaska ripreso con un veicolo a controllo remoto della Noaa nel settembre 2023

Il fondale marino nel Golfo d’Alaska ripreso con un veicolo a controllo remoto della Noaa nel settembre 2023

Serbatoi per il clima

Ma perché è importante conoscere un suolo così remoto? Innanzitutto, perché molti servizi ecosistemici fondamentali che ne derivano sono in gran parte ancora ancora da misurare. «Non sappiamo, per esempio, quanta dell’anidride carbonica assorbita dai mari venga poi trasferita dalla colonna d’acqua al suolo e sepolta nei fondali marini profondi, sottraendola al ciclo del carbonio globale», aggiunge Rovere. Gli oceani sono, infatti, fra i più importanti serbatoi di carbonio che abbiamo e preziosi alleati nella sfida climatica.

 

Guarda i risultati della missione Sirene realizzata da Gaia Blu nel 2024

Conseguenze da valutare

Secondo le stime, circa il 40% delle emissioni di anidride carbonica prodotte dalle attività umane negli ultimi 200 anni è stato assorbito dagli oceani. Il dibattito su quanto di questo carbonio sia sepolto nelle profondità oceaniche è ancora aperto.

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Quali sarebbero le conseguenze della perturbazione dei fondali marini, legate per esempio allo sfruttamento di nuove risorse minerarie? Quali cambiamenti porterebbero queste attività nella capacità del suolo oceanico di catturare carbonio? Con la corsa alle risorse minerarie del mare profondo che accelera, nuove ricerche per capire l’impatto di queste attività sugli ecosistemi abissali e sulla loro biodiversità sono sempre più necessarie.

Un pesce “coda di ratto” fotografato a 2.772 metri di profondità, alle Isole Aleutine, dal Deep Discoverer nel 2023 Foto: Noaa / Ocean exploration

Biodiversità da scoprire

Sebbene abbiamo sempre considerato le profondità oceaniche come dei “deserti” sommersi, le scoperte degli ultimi decenni hanno dimostrato come questi ambienti remoti siano in realtà ricchi di vita. Nel 2023, uno studio pubblicato su Current Biology  a cura dei ricercatori del Museo di Storia Naturale di Londra, che riuniva dati raccolti in precedenti missioni esplorative del mare profondo, ha rilevato come negli abissi della Zona Clarion-Clipperton – un vasto tratto di fondale dell’Oceano Pacifico a profondità comprese fra i 4.000 e i 6.000 metri – siano state osservate oltre 5.500 specie animali diverse. Il 90% delle quali sconosciute ai ricercatori.

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La maggior parte di queste specie include artropodi abissali, echinodermi spinosi come i ricci di mare e spugne dalle forme più fantasiose. Sul fondo del Pacifico c’è quindi una biodiversità in gran parte inesplorata, eppure potrebbe essere già in pericolo. La Zona Clarion-Clipperton, infatti, è al centro di esplorazioni minerarie alla ricerca dei noduli ricchi di minerali utili che giacciono sul suo fondale.

La percentuale di specie sconosciute nella zona di Clarion-Clipperton: Fonte: “How many metazoan species live in the world’s largest mineral exploration region?”, Current Biology, 2023

Ecosistemi attivi

Comunità animali incredibili prosperano poi anche intorno alle sorgenti idrotermali, che allo stesso modo sono in parte sconosciute. «Le sorgenti idrotermali sottomarine sono fratture del fondo oceanico da cui fuoriescono fluidi caldi che sostengono ecosistemi complessi, specializzati a vivere nelle vicinanze delle sorgenti grazie alla presenza di microbi che trasformano i composti emessi, per lo più tossici, in nutrienti», riprende Rovere. Un esempio sono i vermi tubo giganti (Riftia pachyptila), che sono stati osservati lungo le cavità della dorsale oceanica del Pacifico.

Alla conferenza di Nizza sugli oceani con Gaia Blu: esemplari di Riftia pachyptila

Esemplari di Riftia pachyptila. Foto: National Undersearch Research Program

Custodi del Mediterraneo

Come racconta la ricercatrice, le sorgenti idrotermali e le loro comunità sono state scoperte solo alla fine degli anni ’70 e c’è ancora molto da scoprire su queste strutture sommerse: «Non siamo in grado di dire se le abbiamo mappate tutte e se esistano altre strutture nelle quali avvengono processi simili. Questo rivela quanto abbiamo ancora da esplorare dei fondali oceanici».

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Per questo i ricercatori di Gaia Blu proseguono da tre anni a mappare i fondali, valutare lo stato di salute delle risorse biologiche, studiare le correnti marine e analizzare i sedimenti profondi nel Mare nostrum. Indagini utili anche a ricostruire i processi che hanno interessato il bacino nelle ere passate e fare previsioni sui possibili futuri cambiamenti.

L'equipaggio di Gaia Blu saluta dalla nave

Foto: Cnr

«Gaia Blu è un laboratorio oceanico galleggiante che ci aiuta a conoscere il Mediterraneo e i suoi fondali, per proteggerli e preservare le preziose funzioni che svolgono», conclude Rovere.

Per saperne di più

Il sito ufficiale della Conferenza

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