Clima

Cinque parole chiave sulla Cop28 che dovete conoscere

A Dubai, negli Emirati Arabi,  è un corso la “Conferenza delle Parti” promossa ogni anno dalle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ripercorriamo i nodi e le prospettive per il futuro di questo importante incontro

 

Valentina Gentile 7 Dicembre 2023

È ormai nel pieno svolgimento la Cop28 di Dubai. Tra le polemiche per la scelta della capitale emiratina, non certo simbolo di transizione ecologica né tantomeno di rispetto dei diritti umani e della parità di genere, amplificate dal discorso in favore dei fossili del presidente della Conferenza Al Jaber, il dubbio è venuto a tutti: hanno ancora un senso gli appuntamenti con la Conferenza delle Parti sul Clima? In attesa di capirlo, vi proponiamo 5 parole chiave per comprendere meglio cosa sia la Cop.

1. Loss and damage

È certamente una delle parole chiave di questa Cop. Per Loss and Damage si intende il Fondo perdite e danni a favore dei paesi particolarmente vulnerabili ai disastri climatici e storicamente meno responsabili delle emissioni di gas effetto serra, come il continente africano, il Sud Est asiatico e gli stati insulari. Nel corso della prima giornata di Cop28, le parti hanno concordato di renderlo operativo. Finora sono solo promesse: 100 milioni di dollari dagli Emirati Arabi Uniti, altrettanti da Italia e Germania, 10 milioni dal Giappone, 17,5 milioni dagli Stati Uniti, fino a 40 milioni di sterline (circa 50 milioni di dollari) dal Regno Unito. E la Commissione europea contribuirebbe con 270 milioni di euro. Cifre apparentemente grosse, che in realtà sono poco e niente: per finanziare i danni climatici nei paesi vulnerabili sarebbero i fatti necessarie decine di miliardi. E inoltre, al momento l’accordo non è realmente vincolante.

2. Global stocktake

È un’altra espressione che sta circolando tantissimo in questa Conferenza delle Parti. Parola di non facilissima comprensione immediata, il Global Stocktake è una valutazione dei progressi compiuti per mitigare il riscaldamento globale, dall’Accordo di Parigi del 2015 ad oggi. Ossia: cosa è stato concretamente fatto da allora e cosa resta da fare. L’espressione indica un processo di indagine valutativa biennale previsto ogni cinque anni: il primo è iniziato nel 2022 e si concluderà proprio durante la Cop28, mentre il prossimo avverrà nel 2028 e poi di nuovo nel 2033. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a coordinare gli sforzi sull’azione per il clima, comprese le misure per colmare le lacune. Il Global Stocktake è previsto dall’articolo 14 dell’Accordo di Parigi.

 

Un momento dei lavori alla Cop28

Foto: Giorno 3 ©Cop28

 

3. Fonti fossili

Ed eccola la parola clou della Cop di Dubai. Per mantenere valido l’obiettivo di aumento medio della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi, i Paesi ricchi le cui economie sono meno dipendenti dall’estrazione di fonti fossili come Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Germania e Canada, dovrebbero cominciare da subito ad eliminare gradualmente l’estrazione di combustibili fossili entro il 2031 al massimo. E comunque sia, per rispettare l’Accordo di Parigi, e più semplicemente per salvare il Pianeta dalla catastrofe, l’estrazione di carbone, petrolio e gas dovrebbe cessare entro il 2050.

Il sultano Ahmed Al-Jaber, presidente della Cop28 e alla guida della Abu Dhabi National Oil Company, ha negato, durante la sua conferenza stampa, che il petrolio contribuisca alla crisi climatica.

E la quantità di lobbisti del petrolio alla Conferenza delle Parti di Dubai, come registrano numerose testate internazionali, ha raggiunto in questi giorni cifre record. Ci si può realisticamente aspettare un accordo sui combustibili fossili dalla Cop28?

 

 

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4. Diritti umani

La relazione tra persone, animali e ambiente è imprescindibile per comprendere il legame tra diritti umani e questione climatica: ogni decimo di grado in più di aumento della temperatura media globale è una minaccia non solo per la natura, ma per la vita di tutti gli esseri che abitano il Pianeta. Con chiari riferimenti a sfruttamento delle risorse e delle persone che vivono in contesti sociali e geografici più vulnerabili. D’altronde è lo stesso storico Accordo di Parigi che menziona i diritti umani nella parte preambolare. Antonio Guterres, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha in più occasioni evidenziato come l’industria dei fossili sia alla base della crisi climatica e dell’amplificazione della vulnerabilità in cui versano milioni di persone. Una dichiarazione che peraltro arriva proprio negli Emirati Arabi Uniti, paese nel quale il rispetto dei diritti umani è sotto osservazione.

 

5. Phase out

L’Accordo di Parigi, siglato nel 2015 durante la Cop21, prevede un’azione collettiva globale per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. L’accordo chiede ai Paesi di rivedere gli impegni ogni cinque anni, di fornire finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per mitigare i cambiamenti climatici, di rafforzare la resilienza e migliorare le capacità di adattamento agli impatti del clima. Mantenere la temperatura sotto 1,5°C è fondamentale perché la frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi e gli effetti irreversibili e permanenti, così come l’innalzamento del livello del mare, aumenteranno in modo significativo a meno che non si intervenga in modo sostanziale per contenere le temperature globali. E gli scienziati del Ipcc hanno stabilito che sia 1,5°C (equivalente a 2,7°F) il limite dell’aumento della temperatura rispetto ai livelli preindustriali per garantire il nostro futuro. Sono i combustibili fossili il motivo principale per cui le temperature aumentano, ma nessuno dei paesi industrializzati, ad oggi, vuole inserire il termine “phase-out”, vale a dire l’uscita graduale dall’economia delle fonti fossili, nei testi negoziali.

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