È tra le più affascinanti tradizioni legate al solstizio d’estate, che risale a un passato rurale antichissimo e per certi aspetti misterioso. L’Acqua di San Giovanni, un’infusione propiziatoria a base di erbe spontanee e fiori di campo, si prepara con gesti semplici all’inizio della bella stagione, nella notte tra il 23 e il 24 giugno.
Appartiene dunque a quel vasto patrimonio di riti e tradizioni che accompagnavano la vita contadina di un tempo celebrando la ciclicità della natura. Basti pensare alle focarine o fogheracce romagnole, presenti anche in altre zone d’Italia: i falò legati alla festività di San Giuseppe, che segnavano il transito dall’inverno alla primavera liberando con il fuoco gli spazi agricoli dai residui della stagione trascorsa per prepararli a quella successiva.

La fogheraccia realizzata nel film “Amarcord” di Federico Fellini, 1973. Foto: WIkipedia
Il tempo dei prodigi
«Nella cultura tradizionale agricola la festa di San Giovanni cadeva in un momento dell’anno molto particolare, come lo erano in generale i solstizi, gli equinozi e tutte le fasi di passaggio da una situazione all’altra, non solo nel mondo naturale ma anche nella vita familiare» spiega Alessandra Gasparroni, antropologa, già docente dell’Università di Teramo, studiosa delle tradizioni popolari e dei patrimoni culturali dell’Italia centromeridionale. Il solstizio d’estate aveva però una connotazione molto speciale:

Alessandra Gasparroni
«Era un momento intriso di fenomeni magici legati alla luce, alla fertilità della terra, a quelli che nell’antichità erano percepiti come dei veri e propri prodigi».
Radici pagane
In questo contesto si colloca la preparazione dell’Acqua di San Giovanni, considerata un concentrato delle energie benefiche del solstizio. Le sue origini sono antiche e difficili da individuare. La preparazione affonda le radici nei riti propiziatori precristiani ed era praticata in diversi paesi d’Europa.
«Deriva probabilmente dai culti delle acque lustrali, che erano molto sentiti in diverse culture – spiega Gasparroni – La rugiada degli dei pagani arrivava a bagnare i campi, a renderli fecondi e benevoli».

Ritratto di San Giovanni Battista, di Leonardo da Vinci, olio su tela, 1508-1513
L’incontro con la tradizione cristiana
Con la diffusione della fede cristiana, l’antico rituale pagano venne assorbito dalla nuova religione e associato alla festività di San Giovanni Battista, che si celebra proprio nei primi giorni d’estate, il 24 giugno. «San Giovanni, il precursore di Cristo, è una figura molto importante per la cristianità. La sua festa, caso raro per un santo, non si celebra nel giorno del martirio ma in quello del “dies natalis” che cade simbolicamente sei mesi prima della nascita di Gesù.
Come per molte altre ricorrenze cristiane, si è verificata una sovrapposizione con riti pagani, che ha permesso alle comunità di continuare a “fare le stesse cose”, anche se la direzione storica era cambiata» spiega l’antropologa.

Foto: Terranea magazine
Iperico e dintorni
Non esiste una ricetta unica per l’Acqua di San Giovanni. Storicamente, la composizione variava da territorio a territorio in base alle varietà presenti nei campi, nei prati e nei giardini. Il protagonista, di solito, è l’iperico (Hypericum perforatum), conosciuto non a caso anche come “erba di San Giovanni”.
Fiorisce proprio intorno al 24 giugno e, nella tradizione popolare, era considerato una pianta protettiva capace di allontanare le negatività. «Il colore rosso che i suoi fiori rilasciano nell’acqua a causa dell’ipericina, un principio attivo contenuto nella pianta, ricorda in qualche modo il sangue del martirio di San Giovanni», aggiunge Alessandra Gasparroni.
Fiori e aromi della notte
Accanto all’iperico si raccoglievano spesso petali di rosa, simbolo di bellezza e armonia, fiori di lavanda, per il loro profumo intenso. E poi malva, camomilla, menta, salvia e rosmarino. In alcune zone venivano aggiunti anche fiordalisi, papaveri, fiori di ginestra e di sambuco. «In Abruzzo – racconta l’esperta – si utilizza anche il basilico».

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Come si usa
Prepararla è molto semplice e può essere una bella occasione per riscoprire il contatto con la natura, coinvolgendo anche i bambini. La sera del 23 giugno, dopo il tramonto, si raccolgono fiori ed erbe aromatiche fresche in giardini, prati e campi. Petali, foglie e corolle vanno poi adagiati in una ciotola o in una brocca piena d’acqua, che deve essere lasciata all’aperto per tutta la notte. Al mattino del 24 giugno si utilizza l’infusione per lavarsi il viso e le mani oppure semplicemente per compiere un gesto simbolico di benvenuto all’estate.
Un sapere che parla al presente
«La pratica dell’Acqua di San Giovanni è tornata a diffondersi in alcune regioni, anche tra i giovani, recuperando più la forma che non la sua motivazione originaria» conclude l’antropologa. Ritrovarne il significato più profondo significa allora andare oltre il semplice rituale e riscoprire il legame che per generazioni ha unito le comunità rurali ai ritmi della terra.

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Riconnettendoci all’andamento delle stagioni e ai processi da cui dipendono ancora oggi i raccolti e la vita stessa delle campagne.
