La nostra Storia, la storia del genere umano, è un calendario fatto di cielo e terra, con dentro luce, buio, morte e rigenerazione. Un tempo che si ripete e cambia, di pari passo con la Natura: dall’autunno all’estate, attraverso feste dedicate a Santi e a morti, notti stregate, re e regine dei boschi, streghe e sciamani. Un susseguirsi di celebrazioni, di riti con cui Sapiens ha cercato da sempre (e cerca ancora), di dare un senso alle trasformazioni della Natura, di portare il cosmo, la Terra dalla propria parte stipulando, con la Natura, un “contratto” per riuscire, ad esempio, a sopravvivere attraverso i raccolti e l’agricoltura. E poi, soprattutto, per arginare gli spettri dell’inquietudine nei confronti di quell’entità generosa, onnipresente, ma anche capricciosa e imprevedibile che è la Natura.
Perché, come ci dice Duccio Balestracci, medievalista, professore di Storia medievale nell’Università di Siena, che all’argomento ha dedicato il libro “Attraversando l’anno. Natura, stagioni, riti”, edito da Il Mulino: «Noi abbiamo ancora paura di quando il cielo si oscura».

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E proprio la paura, spiega il professore, è il motore indispensabile per crescere, nel rapporto con la Natura.
Professor Balestracci, lei è un medievalista e i suoi studi hanno indagato, tra le altre cose, il rapporto tra esseri viventi e mondo naturale attraverso i riti, i simbolismi e i passaggi. Quando è iniziata, secondo lei, questa relazione tra sapiens e natura sotto forma di riti e simbolismo?
Credo sia un tema che corrisponde a tutta la storia dell’umanità. Se noi guardiamo le testimonianze, che provengono anche dalla letteratura classica, greca, romana, ci rendiamo conto che questa simbiosi è molto più forte di quanto non sia presente nella cultura giudaico-cristiana. Il concetto cristiano secondo cui soltanto l’uomo ha l’anima e quindi soltanto l’uomo è sempre il signore dell’universo e del creato, portano ad una maggiore sensazione di scissione del ruolo degli esseri umani nella natura e nel cosmo.
Questa scissione è in qualche modo compensata da una forte accentuazione della ritualità. Non che prima non ci fosse, ma si vede in maniera molto più marcata, perché indirizzata a una sorta di compensazione dello stacco fra l’uomo e la natura e l’uomo e il cosmo, proprio attraverso i riti, attraverso le credenze, attraverso la religiosità. E attraverso, secondo me, quella che è un po’ la chiave di partenza del mio lavoro, ossia la paura, l’inquietudine dell’uomo nei confronti della natura e dell’universo.

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Questo distacco tra uomo e Natura, anche intesa come mondo animale, si può individuare storicamente? Quando inizia la credenza secondo cui, ad esempio, noi siamo superiori agli altri animali?
Questo c’è in maniera congenita da sempre, direi che l’uomo si è comunque rapportato al resto del creato con un senso di superiorità appena ha avuto cognizione e contezza di se stesso. Però c’è qualcosa di particolare in questo senso, effettivamente c’è un momento in cui possiamo capire meglio questa separazione, questa scissione. Lei parla del rapporto con il mondo animale, io direi mondo animale e anche mondo vegetale. Mi rifaccio semplicemente a due esempi banali che tutti quanti conoscono: pensiamo a opere come quelle di Ovidio o come quelle di Apuleio. Ovvero pensiamo a quella che è una barriera profondamente slabbrata e facilmente valicabile tra forme umane e forme animali, o forme vegetali. Pensiamo alle Metamorfosi di Ovidio e all’opera di Apuleio. Nella cultura giudaico cristiana, invece, la demarcazione tra uomo, inteso come genere umano, e Natura è decisamente più chiara e più percepibile.

“Ovidio tra gli Sciti”, Eugène Delacroix, olio su tela, 1862
Dunque, si può dire che il distacco inizia con la cultura giudaico cristiana?
No, e nemmeno con quella musulmana, dato che ognuna delle tre culture è un sotto insieme di una cultura comune. Ma sicuramente la cultura giudaico cristiana accentua questo aspetto.
Basta, come controprova, andare a guardare culture geograficamente lontanissime da noi, come quelle asiatiche, nordamericane o meso-americane: ci rendiamo conto che in queste culture la diversità tra uomo e natura non è marcata come nella nostra. Pensiamo solo a tutti i momenti di passaggio della cultura sciamanica, giusto per renderci conto della contiguità forte che noi invece abbiamo decisamente perduto.
A proposito della ritualità nelle culture sciamaniche, in generale le ricorrenze e i passaggi, un tempo sancivano, anche da noi, accordi con la natura anche attraverso le stagioni. In particolare, quelle di passaggio, autunno, simbolo di morte che prelude alla rinascita, e poi la primavera sembravano particolarmente importanti. È così? Qual era il loro significato?
È vero. In ogni cultura i momenti di passaggio anche stagionale, i momenti cosmici, di frattura con il tempo reale, che sono equinozi, solstizi, passaggi di stagione sono i momenti in cui si genera l’inquietudine degli esseri umani. Il momento delle trasformazioni stagionali, dei passaggi, delle rotture, sono quelli che generano inquietudine, quindi portano ad una ritualità e a quello che io definisco un continuo rinnovo di contratto con la natura e con il cosmo. Si fa un contratto, si cerca di averli (natura e cosmo, ndr) dalla nostra parte perché è da loro che dipende la nostra sopravvivenza come specie umana. Questo viene da lontanissimo, ha in certe culture aspetti più marcati, in altre aspetti di maggior frattura.

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In questo processo, qual è, se c’è o c’è stato, il ruolo dell’agricoltura?
Ha un ruolo fondamentale. C’è un aspetto fondamentale in tutto questo, che è quello della Natura. Il contratto che gli uomini fanno con il cosmo e con la Natura ha un punto fondamentale proprio ed esattamente nei campi: ogni volta che un agricoltore affida un chicco di grano nella terra, fa un investimento, sperando che quanto ha investito gli venga restituito con gli interessi al momento del raccolto.
Affinché ciò avvenga, bisogna avere cosmo e natura dalla nostra parte. Si ricorre quindi a tutti quegli intermediari, facilitatori che sono in genere i santi, le divinità, in senso lato e ovviamente non solo in senso cristiano. E si ricorre ai morti.
Qual è il ruolo dei morti, perché si ricorre anche a loro?
Prima di tutto perché vivono sotto terra: sono quelli cui viene affidato il controllo del futuro raccolto e dell’investimento fatto con le semine. I morti poi fanno parte della comunità e vengono convocati nei momenti critici per fare sistema come si direbbe con un termine attuale: perché vivi e morti tutti insieme si possa fare fronte al momento di criticità e al momento di ricostruire qualcosa in attesa che la vita riprenda il suo ciclo normale.

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Si può dire che le religioni e il folklore siano stati un tramite per ricordarci che siamo parte della Natura? Forse questo è avvenuto fino a poco tempo fa, mi vengono in mente i riti legati al tarantismo nel Sud Italia…
Non lo declinerei al passato. Non direi che oggi abbiamo cambiato questo rapporto radicalmente, magari gli abbiamo cambiato alcuni significati, aspetti, ma tutto sommato continuiamo a vivere un aspetto di inquietudine e di contratto con la natura nei momenti critici. Non è un caso che ancora oggi si celebrino dei riti che non sono solo folklore per turisti, ma ritualità sentite, magari, almeno in Italia, cristianizzate, ma dietro le quali c’è una stratificazione, un mix di culture, religioni, riti che risalgono all’antichità ma non sono necessariamente nati con il cristianesimo.
Continuano ancora oggi, in larga parte folklorizzati, spettacolarizzati, ma non sempre e non soltanto e non necessariamente. Non vorrei ridurre tutto questo aspetto di irrazionale, religioso e sacro ( e tra sacro e santo c’è una grande differenza) a un aspetto puramente spettacolare o da civiltà del selfie.
Ha qualche esempio di riti del genere? I riti legati al tarantismo, ad esempio, sono ormai puro intrattenimento?
Nelle terre della Taranta qualcosa continua ad esistere, riti come quello dei Serpari di Coculllo, non sono solo folkloristici per divertire i turisti. Il serbatoio più importante e attivo riguarda l’Italia meridionale. Ci sono a volte anche aspetti meno conosciuti, come il fenomeno dei Battuti, che ogni sette anni si flagellano a sangue. Non sono soltanto folklore, ma qualcosa che rimane dell’antica religiosità e connessione tra l’essere umano e il sacro, che insisto, non è il santo, ma qualcosa che coinvolge tutti, credenti e non credenti. È l’aspetto numinoso che coinvolge qualsiasi essere umano.

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E ha a che fare con il rapporto con la Natura…
Il rapporto con la Natura è il rapporto con il Cosmo, con la divinità, nessuna di queste cose può essere inclusa escludendo le altre.
Come interpreta il fatto che il Sud Italia, dove permangono maggiormente gli antichi riti, e che quindi dovrebbe essere un’area vicina al rapporto con la Natura, è invece una delle parti d’Italia che più sono devastate dal punto di vista ambientale, con i problemi che sappiamo? Perché in terre coì legate al sacro la Natura è stata così desacralizzata?
Penso siano zone che sono state più lontane da industrializzazione e urbanizzazione, quindi nonostante quello che lei dice sia del tutto vero, quel legame si è mantenuto più forte, nonostante tutto. Secondo me sono fenomeni che passano sopra alla contingenza sociale del presente. Scavalcano tutti gli aspetti che riguardano l’attacco forsennato alla Natura, che pure ci sono e che sono importanti da ricordare. Ritengo che ci sia in ogni caso una sopravvivenza di culture antiche, di modi rapportarsi antichi, che pesano sopra alle contingenze, favorite in questo da una permanenza molto più lunga che altrove di una cultura contadina, legata ai campi, all’agricoltura.

Foto: Eco San Gabriele
Lei prima ha parlato della paura, elemento centrale nel suo libro, dell’inquietudine dell’essere umano nei confronti della Natura, e quindi al legame con riti e stagioni di passaggio. Che ruolo ha, secondo lei, la paura nell’era dello stravolgimento climatico?
Non so che ruolo abbia oggi. Abbiamo giustamente paura di tutto. Non è solo una cosa legata alle crisi, al tempo fuori dal tempo, il tempo sacrale eccetera ma al fondo c’è il fatto che “siamo”. Gli uomini hanno sempre avuto paura della natura e del cosmo. Il mio libro parte da una riflessione su quella che ritengo una delle più belle intuizioni di Levi Strauss, ossia il primo capitolo de “L’uomo nudo”. E parte dalle considerazioni di un medievalista purtroppo scomparso, Guido Fumagalli, che scrisse un libro bellissimo sulla paura nel medioevo, “Quando il cielo si oscura”.
Noi abbiamo ancora dentro di noi questi aspetti. Abbiamo ancora paura di quando il cielo si oscura. Cominciamo, spero, a renderci conto che il contratto con la natura che abbiamo avuto per millenni ma abbiamo aggredito devastandola e portando alla situazione attuale, possa portare a quella che Marino Niola, grande antropologo italiano, suggerisce come pacata e sommessa autocritica, per quello che abbiamo combinato, stiamo combinando: stiamo andando a fracassarci la testa, lo vediamo benissimo ma non facciamo niente per non farlo. Magari potremmo cominciare a rifletterci e forse recupereremo i danni.

L’alluvione a Valencia, nell’ottobre 2024. Foto: Publico.es
Forse recuperando in primis e almeno un po’ proprio il valore della paura?
Soprattutto recuperando il valore della paura e dandole un aspetto positivo. Di solito la paura si declina o mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi, o riflettendo e elaborando delle scelte che possano eliminare o ridurre gli effetti di ciò che la genera. Considero la paura uno dei motivi della Storia, perché genera quello che un grande storico, Arnold J. Toynbee (da non confondere con l’omonimo economista di cui era nipote, ndr), definiva l’effetto sfida risposta. Quando la risposta è adeguata alla sfida si ha una funzione di civilizzazione, di crescita della civiltà e della cultura.

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Può essere qualcosa da usare per rivedere il nostro rapporto con la Natura, elaborando strategie che possano limitare il danno.