Vive solo nel bacino del Mediterraneo e ne rappresenta il mollusco bivalve più grande: può addirittura superare il metro di lunghezza. Si tratta di Pinna nobilis, meglio conosciuto come nacchera di mare, una specie oggi drammaticamente in estinzione a seguito di un’epidemia, dalle cause ancora incerte, che dal 2016 ne ha decimato gli esemplari. Ma un team internazionale di ricercatori ha dato vita, alla fine del 2021, a un progetto per tentarne la conservazione e il ripristino.

Foto: Life Pinna
Una storia esemplare, che vi raccontiamo alla vigilia della Giornata nazionale del Mare istituita in Italia, dal 2018, per l’11 aprile.
Costruttore di habitat
Cos’ha di speciale Pinna nobilis? Ha la caratteristica di ridurre la torbidità dell’acqua. Infatti ospita molte specie di invertebrati, animali filtratori e sospensivori che si nutrono di piccoli organismi e di particelle organiche fluttuanti – come le spugne, che nella sua conchiglia si elevano dal fondale e intercetta prima le particelle nutritive trasportate dalle correnti. Tra le specie ospitate c’è il gamberetto Pontonia pinnophylax, che all’avvicinarsi di un pericolo agisce come un guardiano, tanto che già nell’antichità si riteneva che il mollusco sarebbe morto in mancanza del gamberetto sentinella.

Il gamberetto Pontonia pinnophylax. Foto: @M.Colombo
Il progetto Life Pinna
Life Pinna è cofinanziato dall’Unione Europea e capitanato da Arpal (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure), e coinvolge quattro regioni italiane e una slovena, con un partenariato composto sia da enti pubblici che privati, tra cui l’Università di Genova, l’Università di Sassari, il Parco Nazionale dell’Asinara, la società Shoreline, l’Istituto Nazionale di Biologia della Slovenia e Triton Research.
A tutela dei sopravvissuti
L’obiettivo dei ricercatori è quello di proteggere e monitorare gli esemplari rimasti e a selezionare procedure e strumenti per il recupero delle popolazioni di Pinna nobilis nel loro habitat. I biologi del progetto hanno già effettuato alcune traslocazioni di individui sani nell’Area Marina Protetta di Capo Mortola (IM), al confine con la Francia, prelevandoli dai fondali della Laguna di Venezia, uno degli ultimi luoghi dove è ancora possibile trovare Pinna nobilis.
Nei prossimi giorni, se le analisi genetiche escluderanno la presenza di pericolose patologie infettive, infatti, alcuni esemplari attualmente allevati nelle vasche del laboratorio di Camogli (GE), saranno trapiantati nell’Area Marina Protetta (AMP) dell’Isola di Bergeggi (SV) dove la loro salute sarà costantemente monitorata.

Il laboratorio di analisi genetiche all’Università di Sassari. Foto: Life Pinna
La riproduzione in cattività
In questi anni i biologi del Life Pinna hanno creato una rete con altri esperti di enti nazionali e internazionali, dalla Tunisia ai Balcani, impegnati attivamente per la conservazione di Pinna nobilis nel mar Mediterraneo. E da gennaio scorso, tre di questi enti, ovvero l’Università di Genova, la società cooperativa Shoreline a Trieste, e l’Acquario di Pola, in Croazia hanno iniziato a lavorare in parallelo per ottenere una maturazione gonadica “anticipata” per incrementare i ripopolamenti.
Il tentativo utilizza l’aumento graduale della temperatura dell’acqua e delle ore di luce. Ogni attività viene svolta nei tre istituti in contemporanea, seguendo un unico protocollo: ciò consente di confrontarsi in tempo reale su ciò che accade nelle vasche.

Un’attività di trapianto a Capo Mortola. Foto: @S.Ciriaco
A maggio i ricercatori valuteranno la situazione per decidere le prossime azioni di ripristino di una specie importante nell’ecosistema del Mediterraneo.