Raccontare non è mai stato un semplice ornamento della realtà. È un modo di orientarsi, di restare vivi, di dare forma a ciò che altrimenti resterebbe muto. In un’epoca segnata da crisi ambientali che avanzano lentamente, senza clamore ma con violenza subdola, e da paesaggi sempre più impoveriti di senso prima ancora che di biodiversità, la letteratura deve essere uno strumento radicale: non di mera evasione, ma di comprensione.
Serenella Iovino — filosofa, saggista, docente di Italian Studies e Environmental Humanities all’Università del North Carolina e tra le voci più autorevoli dell’ecocritica internazionale — lavora da anni proprio su questo crinale: il punto in cui narrazione, etica e ambiente si incontrano. Nei suoi libri (“Ecologia letteraria”, recentemente ripubblicato da Edizioni Ambiente in una versione riveduta e ampliata, “Paesaggio civile” e “Gli animali di Calvino”), la letteratura diventa una pratica di ascolto capace di dare forma alle relazioni invisibili che tengono insieme umani, animali, luoghi e materia.

Un volo di Macawa sulla foresta amazzonica. Foto: Ricardo Stuckert, Getty images
Un modo di stare al mondo
In questa conversazione, il racconto si fa lente per leggere il mondo e strumento, finalmente, per decentrarci, imparando ad ascoltare ciò che di solito resta sullo sfondo: paesaggi, corpi non umani, violenze lente, memorie della terra. L’ecologia letteraria emerge così non come un ambito specialistico, ma come un modo di stare al mondo.

La prima fotografia della Terra interamente illuminata, ripresa il 7 dicembre 1972 dall’Apollo 17. Foto: Nasa
Più attento, responsabile. Capace di immaginare forme future di convivenza.
Noi Sapiens siamo gli unici animali che si sono evoluti raccontandosi e raccontando storie. È (anche) per questo che la letteratura, e di conseguenza l’ecologia letteraria, è una “strategia di sopravvivenza”?
Raccontare fa parte della nostra storia di specie. Abbiamo imparato a orientarci seguendo le tracce degli animali, leggendo orme, fruscii, odori. Così il mondo è diventato un paesaggio abitato e il paesaggio, un racconto: uno spazio di segni da interpretare. Da allora la mente umana si è evoluta narrando. Raccontare è una tecnologia cognitiva che lega memoria, anticipazione e cooperazione: serve a dare forma al disordine, a trasmettere esperienze, a immaginare il futuro. La letteratura è la palestra più raffinata di questa capacità, perché espande l’empatia oltre il nostro gruppo e la nostra specie. Per questo l’ecologia letteraria è una vera “strategia di sopravvivenza”: ci insegna a leggere le connessioni che tengono insieme la vita, a riconoscere relazioni, dipendenze e vulnerabilità – quella trama invisibile che rende il mondo abitabile
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Secondo Italo Calvino la letteratura dà voce a ciò che non ha voce. In che modo l’ecologia letteraria ci aiuta a leggere, a decriptare “l’altro”, ciò che è invisibile e non ha voce?
Quando Calvino dice che la letteratura dà voce a ciò che non ha voce, ci invita a un ascolto che va oltre l’umano. L’ecologia letteraria serve proprio a questo: a sviluppare una facoltà di percezione capace di cogliere l’impersonale – tutto ciò che ci attraversa senza che ce ne accorgiamo – gli animali, le piante, i fiumi, ma anche i flussi d’aria, gli inquinamenti invisibili, i mutamenti climatici, le trasformazioni geologiche o sociali che scorrono sotto la soglia dei sensi. È l’universo della “violenza lenta” di cui parla Rob Nixon (professore di scienze umane e ambientali a Princeton, autore di “Slow violence. Il tempo della giustizia ambientale”, edito recentemente in Italia da Wetlands, nella collana “Barene” che Iovino dirige insieme a Shaul Bassi, ndr), quella che non esplode ma corrode, che non fa rumore e tuttavia cambia la vita dei corpi, degli ecosistemi, delle comunità.
L’ecologia letteraria ci offre strumenti per leggere questi linguaggi silenziosi: smascherando le metafore che cancellano l’alterità e sperimentando forme narrative nuove — polifonie, focalizzazioni non-umane, voci multiple — che rendono percepibili le relazioni ecologiche e le giustizie interspecie. “Dare voce”, in questo senso, non significa parlare al posto di, ma costruire dispositivi di ascolto e di responsabilità. Leggere ecologicamente vuol dire capire che la nostra storia personale è parte di un racconto più vasto, in cui anche le presenze non umane partecipano a pieno titolo.

Foto: Pexels
Pensa che ci siano stati dei cambiamenti rispetto agli anni (piuttosto recenti a dire il vero), in cui Amitav Ghosh parlava di grande cecità, accusando gli scrittori di tacere davanti alla crisi ambientale?
Credo che Ghosh, quando parlava di “grande cecità”, volesse anche provocare. Quando “The Great Derangement” è uscito, il genere della cli-fi — la climate fiction — esisteva già, con autrici e autori come Margaret Atwood, Barbara Kingsolver, Kim Stanley Robinson e altri. Ma la sua intenzione era un’altra: denunciare l’incapacità del romanzo “realista” di rappresentare la crisi climatica come parte integrante della vita comune, e non come un tema di nicchia. Il suo obiettivo era uscire dal recinto del genere e riportare il clima nel cuore del racconto, come elemento della quotidianità. Non sono certa che lui stesso ci sia riuscito con “Gun Island”, che mi sembra ancora troppo programmatico.
Ma oggi molti scrittori e scrittrici stanno andando nella direzione che lui auspicava. Penso a “Diluvio” di Stephen Markley, un romanzo complesso e corale, o in Italia ai libri di Bruno Arpaia, “Qualcosa, là fuori” e, recentissimo, “Il mondo senza inverno”, a “Romanzo senza umani” di Paolo Di Paolo, o “L’ultima foresta” di Mauro Garofalo – ma i titoli ormai sono moltissimi. La vera sfida è non scrivere “romanzi sul clima”, ma far sì che la crisi ecologica diventi parte del tessuto narrativo comune, intrecciata alla trama stessa della vita. Un esempio molto efficace a mio giudizio è “Quello che possiamo sapere” di Ian MacEwan, che non è un libro sul cambiamento climatico ma lo incorpora nella struttura narrativa in maniera perfetta, facendone la premessa per un romanzo indiziario che è una riflessione sul tempo, sulla memoria, sull’amore e sulla letteratura.
La letteratura è un mezzo efficace per concepire un pensiero diverso, se non opposto, a quello antropocentrico, dove solo l’umano ha diritto di parola. In Italia mi viene in mente, per citare uno dei casi più recenti e meglio riusciti, “Gli uomini pesce” di Wu Ming 1…
La letteratura, in fondo, è sempre stata un laboratorio per decentrare lo sguardo. Molto prima che la parola “ecologia” entrasse nel nostro lessico, gli scrittori hanno cercato di dare voce a ciò che sta ai margini, a far parlare la materia, gli animali, i luoghi. Penso a Primo Levi, che in Storie naturali o Il sistema periodico fa emergere un’intelligenza della materia; a Calvino, che nelle sue fiabe cosmiche intreccia la vita umana con quella degli atomi e delle galassie; o a Gadda, che nel caos linguistico lascia parlare le cose stesse.
E se guardiamo alla tradizione americana, penso a Poe, Melville, Thoreau: autori che hanno sentito la natura come forza morale, come interlocutrice. Oggi libri come Gli uomini pesce di Wu Ming 1 riprendono questo filo, mostrando un mondo in cui i confini tra umano e non umano si dissolvono, e la parola diventa un bene condiviso tra tutte le forme di vita. La letteratura ha questa potenza: sposta il punto di vista, ci costringe a guardare da fuori, a immaginare un mondo in cui la parola circola, come l’aria o l’acqua, tra tutti i viventi.

Il paesaggio nel Delta del Po. Foto: Gacro/Alamy
In “Ecologia letteraria” lei dedica due (bellissimi) capitoli a due grandi e poco conosciute scrittrici, Anna Maria Ortese e Clarice Lispector. In un certo senso, la loro appartatezza e il loro essere donne non convenzionali le hanno forse rese più inclini al rapporto con “le piccole creature”, con l’alterità che da qualcosa di invisibile o fastidioso, come l’iguana o la blatta, diventa agente etico. Si può dire che Ortese e Lispector, attraverso narrazione e linguaggio, abbiano scardinato, in tempi non sospetti, l’antropocentrismo e, di conseguenza, la gerarchia patriarcale?
Ortese e Lispector hanno vissuto appartate, ma non sono affatto figure marginali: sono, anzi, due delle voci più potenti e visionarie della letteratura del Novecento. Lispector è probabilmente la più grande narratrice brasiliana contemporanea, e Ortese è una presenza immensa, capace di parlare al cuore stesso della nostra epoca. La loro distanza dai centri di potere — culturali, sociali, linguistici — è stata una forma di libertà: la condizione che ha permesso loro di guardare dove pochi sapevano guardare. In Ortese, ogni “piccola creatura della creazione” — una tartarughina, un cane lanciato nello spazio, un puma o un cardellino che nessuno vede ma di cui nessuno dubita — diventa il punto in cui la realtà si rovescia, rivelando la sua verità più profonda.
In Lispector, l’incontro con un insetto, con un oggetto, con la materia viva è un’esperienza metafisica che dissolve le frontiere tra umano e non umano. In entrambe, la scrittura non è solo rappresentazione, ma un atto di contatto: un modo per lasciarsi attraversare dal mondo e riconoscerne la sacralità. Attraverso la narrazione e il linguaggio, Ortese e Lispector hanno scardinato, in tempi non sospetti, l’antropocentrismo e insieme la gerarchia patriarcale. Hanno mostrato che la compassione può essere una forma di intelligenza e che la vulnerabilità è un modo di conoscere. La loro forza è proprio questa: aver reso l’attenzione al minimo, al fragile, un gesto radicalmente etico.

Anna Maria Ortese e Clarice Lispector. Foto: Wikimedia
Oltre ad animali e alberi, nell’ecologia letteraria anche il paesaggio da estetico diventa agente etico. Per Pasolini il paesaggio parla dell’intreccio tra natura e umanità attraverso le lingue locali, i dialetti. Il paesaggio agricolo, che è necessariamente ibrido, in che modo oggi mantiene una sua identità (se la mantiene) e dunque un’etica? Nelle monocolture intensive si intravede, secondo te, quella “omologazione, oppressione e speculazione”, di cui parlava Pasolini?
Il paesaggio, per me, è prima di tutto un racconto: la storia del nostro abitare. Ho dedicato a questo tema un libro, “Paesaggio civile”, dove cerco di mostrare come ogni paesaggio sia una forma di scrittura collettiva. È il risultato di un dialogo continuo tra umani e ambiente, tra lavoro e natura, tra materia, linguaggio e soprattutto politica. In questo senso, il paesaggio non è mai qualcosa di statico o puramente estetico: è un organismo vivente, una testimonianza delle culture e dei valori che nel tempo si sono inscritte su di esso. Pasolini lo aveva intuito con lucidità: per lui, le lingue locali, i dialetti, erano la voce concreta del paesaggio, il modo in cui natura e umanità si intrecciano; e ne aveva visto la crisi.
Oggi quel paesaggio è sempre più minacciato da processi di omologazione che cancellano le differenze e le storie che lo compongono. La monocultura, ad esempio, non è un paesaggio: è la sua negazione. È l’espressione di quello che Anna Tsing e Donna Haraway hanno definito Plantationocene: un modello economico e simbolico ereditato dal colonialismo, fondato sulla riduzione della diversità — biologica, culturale, linguistica — a un’unica logica di sfruttamento e profitto. Le monocolture intensive, come quelle mentali e sociali, incarnano esattamente ciò che Pasolini chiamava “omologazione, oppressione e speculazione”. Cancellano la pluralità delle voci, impoveriscono i suoli e le comunità, riducono la complessità a merce. Eppure, il paesaggio, quando è vivo, resiste: continua a parlare attraverso le sue forme ibride, attraverso i gesti di chi lo coltiva con rispetto, attraverso la lingua dei luoghi che ancora raccontano una storia di convivenza.

Paesaggio agricolo nella Pianura Padana. Foto: Pexels
L’ambiente, gli animali, il paesaggio: l’eco critica attraverso la letteratura è anche critica all’abuso, allo sfruttamento, alla speculazione?
Sì, l’ecocritica è anche, e forse prima di tutto, una critica dell’abuso: dell’ambiente, dei corpi, delle parole. Attraverso la letteratura possiamo riconoscere e raccontare le forme di sfruttamento e di violenza che spesso restano invisibili, perché diffuse, lente, sistemiche. L’estrattivismo, la tossicità, le ingiustizie ambientali non sono solo questioni materiali, ma anche narrative: dipendono dal modo in cui scegliamo di rappresentare il mondo, di dare valore o silenzio alle sue parti. La letteratura ecologica non si limita a denunciare: costruisce immaginari alternativi, spazi di possibilità. Ogni buona narrazione ambientale è un laboratorio di convivenza — un luogo in cui si sperimenta l’idea che esistano altri modi di abitare, di produrre, di coesistere. Leggere ecologicamente significa decifrare le strutture di dominio, ma anche immaginare le trame di una reciprocità possibile.

La collina di Pizzo Sella, a Palermo, deturpata dall’abusivismo. Foto: Roberto Giangrande, “Incompiuto”, Emuse editore
Finora hai scritto tre libri che indagano e tracciano un percorso di comprensione dell’“altro”, che si tratti del paesaggio, che non è mai mero oggetto di contemplazione estetica, o degli animali, come quelli di Calvino, che raccontano l’Antropocene in anni in cui ancora non si chiamava così. Continuerai su questo percorso?
Sì, è un percorso che continua. Oltre a questi tre libri c’è anche “Filosofie dell’ambiente”, che è stato il mio primo lavoro su questi temi, e poi quelli usciti in inglese, con cui ho cercato di portare la riflessione ecocritica italiana in dialogo con la ricerca internazionale. Sono ormai più di venticinque anni che mi occupo di questi argomenti, e credo che la sfida oggi sia non solo approfondirli, ma portarli fuori dall’ambito specialistico, nello spazio pubblico. Penso che il compito della cultura ecologica, oggi, sia questo: diventare un linguaggio condiviso, un modo di leggere la realtà.
È quello che cerco di fare anche attraverso la scrittura giornalistica, con i miei articoli su la “Repubblica” e “Robinson”: raccontare come letteratura, filosofia e scienze umane possano dialogare con la vita quotidiana, con la politica, con le emozioni. L’ecologia letteraria, per me, non è un settore di studi: è un modo di pensare, di sentire, di stare al mondo. Continuare questo percorso significa cercare nuove forme di racconto capaci di mettere in relazione ciò che siamo con ciò che ci trascende – la terra, gli animali, il tempo, la memoria.

Foto: Getty images
E capire che ogni gesto di attenzione, anche il più piccolo, è una forma di cura del pianeta, e quindi di noi stessi.







