“Le piante? Sono parte di noi”. Nella sfera vegetale con Alessandra Viola
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“Le piante? Sono parte di noi”. Nella sfera vegetale con Alessandra Viola

La scrittrice e giornalista, legata a filo doppio con il mondo della flora, ci invita a riscoprire la saggezza di questi viventi apparentemente immobili e silenziosi, la loro capacità di percepire, pensare, comunicare. Per rientrare in contatto innanzitutto con noi stessi

Marco Fratoddi 20 Ottobre 2025

«Guardiamo le piante tutti i giorni. Ma dobbiamo capire su chi stiamo poggiando gli occhi e smettere di pensare che siano la carta da parati del mondo. Sono esseri viventi e pienamente senzienti, anche se in maniera diversa da noi».

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Alessandra Viola, scrittrice e giornalista, regista e produttrice televisiva, è tra le voci più autentiche e preparate nel campo della divulgazione scientifica italiana.

Foto: Quang Nguyen Vinh / Pexels

Dedica la propria vita a raccontare quel regno apparentemente immobile e silenzioso, la flora, di cui troppo spesso dimentichiamo il valore.

NARRAZIONE EMPATICA

Il suo è un talento prezioso. Grazie ai dottorati di ricerca in Comunicazione della scienza e in Scienze agrarie e ambientali, sulla base di una Laurea in Lettere, riesce infatti a raccontare il dato scientifico e i fenomeni complessi in termini empatici, oltre che razionali. Il suo Verde brillante” (Giunti, 2013), scritto con Stefano Mancuso, il celebre studioso con il quale si è formata presso il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale di Firenze, è un bestseller pluripremiato e tradotto in diciassette lingue.

IL “FIATO” DEL MONDO

Attraverso Flower Power” (Einaudi, 2020) ha lanciato invece la prima proposta al mondo perché siano riconosciuti i diritti delle piante. E nel suo libro più recente, Chiedi a una pianta (Laterza, 2024), propone un cammino in sette passi per ristabilire un rapporto armonioso fra gli umani e la sfera vegetale. «Respirare per noi è un atto automatico – riprende – Ma se riflettiamo su cosa avviene durante questo processo, sul fatto che nei nostri polmoni entra il “fiato” di altri esseri viventi, ciò che le piante restituiscono all’atmosfera, ci rendiamo conto che questo è lo scambio più profondo e intimo che possa esistere».

Eppure Alessandra, almeno nei paesi industrializzati oggi questa relazione d’intimità con le piante sembra sia stata rimossa. Come è avvenuto questo distacco?

Innanzitutto, credo che sia avvenuto sul piano spirituale. Abbiamo tolto il sacro dai boschi, dalle foreste, dagli alberi. Per millenni gli uomini hanno percepito la natura, e in particolare gli alberi, come un tramite con lo spirito, come un ponte con una dimensione più grande, ampia e profonda. Purtroppo, questa dimensione spirituale l’abbiamo perduta da un paio di secoli e questo ha snaturato anche il nostro rapporto con il mondo vegetale.

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Sono intervenuti ovviamente anche fattori filosofici e culturali, tanto che gli antichi, a differenza di noi, avevano ben chiaro il fatto che dalle piante possiamo imparare, che esiste un sapere trasmissibile tra loro e noi. Lo scriveva Bernardo di Chiaravalle, fondatore nel XII secolo dell’abbazia di Clairvaux: “Troverai di più nei boschi che nei libri”. Oggi questa consapevolezza l’abbiamo completamente dimenticata. Credo che si possa recuperare, anche se per chi vive nelle città è più complicato.

Ma cosa significa nel concreto che una pianta è senziente?

Significa che possiede i cinque sensi ma in modo vegetale, non animale. In più le piante ne hanno alcuni che noi ignoriamo: sentono la gravità e i campi elettromagnetici, sono in grado di individuare alcuni nutrienti nell’aria o nel suolo ai quali noi siamo indifferenti. Sono in profondissima relazione con l’ambiente, anche se a noi sembrano isolate, per esempio quando sono in un vaso o quando un albero si trova fuori dal bosco: sono comunque connesse con le piante circostanti, con il suolo, con gli insetti e in qualche modo anche con noi.

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È una rete di cui siamo parte anche noi…

Sì, ma ce ne rendiamo solo in contesti speciali come le foreste, i boschi o i giardini. Quando siamo in questi luoghi avvertiamo una sensazione di benessere, di calma, di pace, di ispirazione, di creatività. E questo si deve al fatto che torniamo in contatto con il mondo vegetale. Non lo dico io, lo dicono le ricerche scientifiche.

Nel suo “Flower Power” scrive che stiamo negando dei diritti alle piante e ritiene che vadano applicati come si fa con gli animali. Quali sono questi diritti?

Gli esseri umani e gli animali hanno dei propri diritti, non c’è nessun motivo per escludere il regno vegetale dall’averne di propri. Nel libro ho avanzato questa proposta per avviare un dibattito, è chiaro che bisogna confrontarsi per entrare nel merito. Senz’altro le piante hanno diritto alla vita, a crescere indisturbate, a riprodursi in maniera naturale. Alcune piante, per esempio, sono private del diritto di riprodursi geneticamente e questo secondo me non è accettabile. È troppo invasivo della libertà e dell’autodeterminazione di un’altra specie. Poi ho suggerito che forse hanno il diritto di non essere usate per gioco, per scopi futili, di non essere rotte.

Alessandra Viola: mani che abbracciano un albero

Foto: Pixelshot

L’idea della neurobiologia vegetale implica che le piante siano intelligenti. È così?

Sì, ma è un concetto molto contestato ancora a livello scientifico. L’idea che le piante siano senzienti e intelligenti disturba la concezione tradizionale che la scienza ha portato avanti per secoli. Quando abbiamo scritto con Stefano Mancuso Verde brillante, il suo primo libro in cui si sosteneva l’ipotesi dell’intelligenza vegetale, dati alla mano e senza fare voli pindarici, alcuni si sono scagliati contro questa idea. Sono intervenuti su prestigiose riviste scientifiche per dire che fosse una corbelleria. Adesso, dieci anni dopo, l’idea che le piante abbiano una propria forma di intelligenza è molto più accettabile, c’è meno opposizione rispetto a questo. Un giorno succederà lo stesso anche per i diritti, spero.

Quindi la questione etica che Peter Singer ha posto per gli animali si estende anche ai vegetali? Dobbiamo smettere di mangiare verdura perché prova sofferenza?

La domanda da cui partire è proprio l’ultima: le piante possono soffrire? La ricerca scientifica oggi non ci dice se sono in grado o meno di sentire dolore. Sarà complicato capire anche che tipo di dolore sia, perché tutti abbiamo in mente un dolore che è il nostro. Ma il mio dolore e quello di chi mi sta accanto non sono uguali, il mio dolore e quello del mio cane tanto meno, quello del polpo meno ancora. Figuriamoci quello delle piante. Teoricamente, le Nazioni Unite ci imporrebbero di adottare il principio di precauzione: se esiste la possibilità che un tuo comportamento possa danneggiare un essere vivente e procurargli sofferenza, allora bisogna adottare tutte le cautele perché questo non avvenga. È un’affermazione enorme, che investe in termini etici ogni aspetto della nostra alimentazione: possiamo mangiare un altro essere vivente e senziente?

Alessandra Viola: un ragazzo mangia una carota

Foto: Freepik

Come si scioglie questo nodo? La vita si basa sulla catena alimentare.

È una questione molto complessa. Forse il punto su cui ragionare non è se abbiamo diritto o meno di mangiare gli altri esseri viventi, perché la vita in effetti funziona così: o diventiamo “respiriani” o ci rassegniamo a morire di fame. Inoltre, ogni volta che riconosciamo dei diritti, questi non sono mai assoluti, i diritti si pesano.

In che senso?

Ho diritto di uccidere un essere vivente per poi gettarne nel secchio una buona parte perché ho valutato male la giusta quantità del cibo? Noi portiamo una responsabilità nei confronti di quella vita che viene sacrificata perché possiamo mangiare. Ecco, secondo me è su questo che bisognerebbe definire un discrimine e maturare un rispetto più profondo verso i viventi di cui ci nutriamo, animali o vegetali che siano.

Alessandra Viola: immagine decorativa

Foto: Freepik

Forse è più facile capire che cosa sia la felicità per una pianta?

Personalmente ho abbracciato quanto afferma la filosofa tedesca Angela Kallhoff, secondo la quale il fine di una pianta è fiorire, che non significa soltanto generare il fiore visto che non tutte sono angiosperme. Anche Aristotele diceva che la vita felice deriva dalla realizzazione di sé. Quindi la pianta è felice, forse come ognuno di noi, quando ha realizzato tutte le sue potenzialità: l’albero di trenta metri è felice quando raggiunge quell’altezza, gli sono cresciuti tutti i rami come dovevano, fa i frutti. Quella è la sua felicità. Per questo ho dei dubbi sul fatto che un bonsai possa essere contento.

Nel suo ultimo libro, “Chiedi a una pianta”, lei propone sette passi concreti per riconciliarci con la sfera vegetale, ovvero “respirami”, “parlami”, “mangiami”, “guardami”, “pensami”, “piantami” e “salvami”. Da quale ci consiglia di cominciare?

Partirei proprio dall’ultimo: siamo circondati da piante che sono in difficoltà, forse anche sul terrazzo di casa, magari con poca acqua o in un vasetto troppo stretto. Oppure gli alberi sotto casa, fra un parcheggio e l’altro. Prendiamoci cura delle piante che sono alla nostra portata, è già un buon punto di partenza. E poi un’altra cosa piacevole da fare è piantarle, in una maniera anche molto semplice: tutti mangiamo mele, arance, pomodori

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Proviamo a mettere i semi che ci finiscono tra le mani, anziché nel sacchetto dell’umido, in una cassetta piena di terra. Potremo assistere a questo vero e proprio miracolo della rigenerazione, che ti spunta davanti agli occhi: è un atto generativo meraviglioso, che ti fa quasi sentire genitori di una nuova vita.

Alessandra Viola: una mano che semina

Foto: Canva/Singkham

Lei indaga ormai da molti anni nel mondo delle piante, dialoga con loro e si interroga sulla loro identità. Come è cambiata la sua visione del mondo attraverso questa ricerca?

Innanzitutto, si è modificata la mia idea sulla vita. Noi diciamo spesso “le piante sono una forma di vita, gli animali sono una forma di vita” ma non riflettiamo abbastanza su che cosa questo significhi. La vita è una e si declina in varie forme, noi tutti siamo dentro un processo nel quale la vita si trasforma: oggi siamo umani, un giorno la mia gatta Frida sarà terra, io sarò in un vaso. Però nessuno di noi finisce. E poi mi sento più in compagnia, potrà sembrare strano ma anche io ho sofferto di solitudine. Adesso è difficile che mi senta sola perché ogni volta che esco, anche se non ci sono altre persone, ci sono le piante, l’erba, gli alberi.

Alessandra Viola: immagine simbolica

Foto: Freepik

Mi guardo intorno e capisco che c’è sempre qualcuno che può ascoltare la parte più profonda di me.

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