Maria Grazia Mammuccini Maria Grazia Mammuccini (Foto: Federbio)
Biologico

Legge sul bio, un anno dopo. Il punto insieme a Maria Grazia Mammuccini

L’approvazione della normativa, dopo un iter di 13 anni, nel marzo del 2022. Poi lo stop con il cambio di legislatura. E ora la ripresa del percorso insieme al nuovo governo che coinvolge le organizzazioni di settore e che punta a fare del biologico l’elemento fondamentale del mandato in corso. La presidente di Federbio: «Siamo fiduciosi»

Valentina Gentile 14 Aprile 2023

«La norma esiste e questo è un segnale importante, anche per la nuova legislatura. È attivo anche il decreto che indica i requisiti per i distretti biologici, un passo significativo perché fino ad ora avevamo solo norme regionali per di più in alcune regioni. Ma il resto è tutto da costruire». Commenta così Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio e imprenditrice nel biologico, lo stato dell’arte della Legge n.23/2022 sull’agricoltura biologica, approvata dopo un iter lunghissimo nel marzo dello scorso anno.

A 12 mesi dal varo qual è lo stato dell’arte nell’applicazione della nuova normativa? Restano ancora dei vuoti normativi per esempio a proposito delle certificazioni o dell’Iva agevolata?

Eravamo in attesa di un piano d’azione sul bio, che doveva attivare tutta una serie di strumenti, la revisione del sistema dei controlli, l’attivazione del fondo per la ricerca e l’individuazione del piano sementiero… Tutto questo doveva essere compreso in un piano d’azione che impostasse le strategie d’insieme. Si doveva presentato lo scorso anno al Sana di Bologna, ma è sopraggiunta l’interruzione della legislatura e il percorso si è fermato. Sta ripartendo ora, abbiamo convocato tutte le organizzazioni del bio, inoltre abbiamo incontrato di recente il sottosegretario Luigi D’Eramo, che ci ha detto di voler attivare e di mantenere un tavolo politico costante, che si riunisca con tutte le associazioni per impostare l’intero cammino della legge. Si tratterebbe di una strettoia condivisa con il governo, con la volontà di fare del biologico l’elemento fondamentale del proprio mandato. Noi siamo fiduciosi.

Ma quali sono i nodi principali da affrontare perché il biologico sia pienamente valorizzato?

Intanto bisogna cercare di puntare a filiere orientate al giusto prezzo. Noi chiediamo da tempo un sistema pubblico di monitoraggio dei prezzi per avere per ogni settore nel bio un calcolo affidabile dei costi di produzione. Il prezzo non può mai andare sotto al costo di produzione, se questo accade vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Un agricoltore non può lavorare ad emessa, questo peraltro può coprire situazioni di falso bio, come accaduto recentemente con alcune truffe che abbiamo visto. Bisogna insomma evitare passaggi inutili nella filiera e puntare su fiscalità agevolata per non incidere sulle aziende ma ridurre comunque il prezzo al consumatore.

Cosa si intende con fiscalità agevolata e quale potrebbe essere la giusta strategia per il settore?

Significa per noi due cose: la prima è il credito d’imposta sui costi di certificazione, che si sommano tre volte nella filiera, vale a dire nella produzione, trasformazione e distribuzione. Per produrre in maniera migliore a favore di ambiente e consumatori c’è un costo aggiuntivo e quanto meno dovrebbe essere portato, appunto, come credito d’imposta permettendo di ridurre un po’ il prezzo senza incidere sui costi di produzione. Poi c’è l’Iva agevolata, a cui fa riferimento anche la Farm to Fork sulla fiscalità ambientale per i metodi riproduttivi che portano ricadute positive sull’ambiente, che dovrebbero godere di aliquote agevolate. Infine, una strada molto importante per noi è quella di fare comunicazione e informare i cittadini a partire dalle scuole. Per cambiare abitudini e stili di vita che facciano comprare meno e meglio.

Ma in Italia siamo al 17,4% di superficie contro la media europea del 9%. C’è troppa offerta in questo momento dato il contesto storico sociale economico?

Secondo me questo problema andrebbe affrontato prodotto per prodotto, non posso escludere che su qualche prodotto possa avvenire, ma in linea generale no. Lo dimostra il fatto che al supermercato troviamo il banco di frutta e verdura bio piuttosto scarso. Se ci fosse un’offerta più articolata e anche migliore ci sarebbe anche un aumento delle vendite. Come ha rivelato anche Ismea presentando i suoi dati, in alcuni settori, come quello della carne, la domanda è superiore all’offerta. Questo è un altro punto fondamentale, si potrebbero migliorare una serie di allevamenti intensivi offrendo maggiore disponibilità di carne bio.

In Germania un recente studio dell’Associazione tedesca di cibo biologico ha evidenziato come grazie alle filiere corte diversi prodotti biologici siano meno cari rispetto ai convenzionali. Da noi la filiera è ancora troppo lunga?

In alcuni casi lo è, soprattutto lungo quei processi che puntano sulla grande distribuzione possono esserci passaggi inutili. Quindi è molto importante anche che i produttori si organizzino. Da solo il produttore non è mai in grado di misurarsi con il resto della filiera. La filiera corta si può praticare con la vendita diretta nei mercati locali ma anche in contesti più complessi, se ci si organizza a dovere. In Germania ad esemepio c’è Bioland, oltre al logo europeo con la “foglia” del bio ,hanno il loro marchio di prodotti, compiendo dunque un salto organizzativo. Le filiere possono essere corte anche se di grandi dimensioni.

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