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Stili di vita

Verso l’anno nuovo insieme a Silvana Santo

Oltre i buoni propositi, la blogger e scrittrice ci racconta cinque abitudini sbagliate che correggerà nel 2024. Per abbracciare uno stile di vita più sano e rispettoso dei nostri equilibri interiori. E voi sareste disposti a fare lo stesso?

Silvana Santo 30 Dicembre 2023

 Tempo di bilanci, recap e soprattutto di buoni propositi, quello che ci porta verso l’anno nuovo. Propositi che il più delle volte, per tutti noi, rischiano di smarrirsi nella routine quotidiana, che riprende fatalmente il sopravvento sulla nostra complessa esistenza. È per questo che, per una volta, anziché avanzare promesse su cosa fare, ho provato a immaginare quello che nel 2024 non vorrei fare più. Lasciandomi finalmente alle spalle tanti errori, tante abitudini sbagliate che ci allontanano dal benessere.

E allora, vogliamo provare?

1) Non tradirò più la dieta mediterranea

Come la maggior parte degli italiani nati dagli anni ’60 in poi, anch’io sono cresciuta con il mito della “dieta mediterranea”: un mito giustificato da numerose evidenze scientifiche che attestano la salubrità e la sostenibilità ambientale, oltre che economica, di questo modello alimentare. Dal Ministero della Salute all’Istituto superiore di Sanità, dall’Oms a numerose riviste peer reviewed, la comunità scientifica è sostanzialmente unanime nel sostenere che la dieta mediterranea rappresenti un ottimo modello in termini di protezione da varie malattie metaboliche, di riduzione della mortalità e di aumento dell’aspettativa di vita.

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Il problema? Che negli ultimi decenni il costume alimentare degli italiani si è molto discostato dal “vero” modello mediterraneo, che prevede una dieta prevalentemente vegetale, basata su cereali integrali, legumi, verdure, frutta fresca e secca, semi con apporti moderati di latticini, uova e pesce. Uno schema in cui carne rossa e lavorata sono ai margini della piramide alimentare, relegati a un consumo saltuario e occasionale. Per questo, e per l’impatto positivo sull’ambiente che una dieta “davvero” mediterranea garantisce, personalmente ho scelto da tempo un’alimentazione flexitariana a larga prevalenza vegetale.

 

Dieta mediterranea

Foto: Getty Images

Il mio obiettivo per il 2024? Aderire ancora più fedelmente a questo modello, migliorando anche le scelte alimentari del resto della mia famiglia.

2) Smetterò di negarmi il contatto con la natura

Il giornalista americano Richard Louv lo ha chiamato Nature deficit disorder: l’insieme di difficoltà e segnali psicofisici che si genera quando ci viene impedito di stare a contatto con gli elementi dell’ambiente naturale. Molti di noi lo hanno sperimentato nei mesi difficili del lockdown, quando alla preoccupazione per la pandemia e al dolore dell’isolamento sociale si associava il malessere legato al distacco forzato dalla natura. Non so se capita anche a voi, ma quando sono infelice o preoccupata mi basta passeggiare in riva al mare, affondare le mani in un prato o accarezzare i miei gatti per sentirmi un po’ meglio.

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Non è un caso, d’altra parte, se esistono la pet therapy, la talassoterapia e il forest bathing. Anche se vivo in uno dei territori più urbanizzati e compromessi dal punto di vista ambientale del Pianeta – la provincia nord di Napoli – nel 2024 non voglio più negare a me stessa i benefici del contatto regolare con gli elementi naturali. Il calviniano Marcovaldo sarà il mio mentore nella ricerca quotidiana della natura, anche in città.

 

Una ragazza abbraccia un albero

Foto: Canva

3) Mi disintossicherò dall’abuso dei social

Avete presente quella sensazione di appagamento effimero che si scatena scrollando la timeline di un qualsiasi social network? E il suo progressivo trasformarsi in un senso di alienazione e disagio, misto al fastidio di aver sottratto tempo prezioso a occupazioni più urgenti o costruttive? Sono sicura di non essere l’unica ad aver provato questi sentimenti contrastanti dopo un’abbuffata di storie Instagram o di shorts su YouTube. Senza contare la tendenza irrefrenabile che mi assale ogni volta: paragonare la mia vita a quella degli altri. O meglio: la mia vita reale all’immagine della vita altrui per come traspare sui loro profili social.

Uscendone quasi sempre insoddisfatta e avvilita.

Da qualche anno del resto fioccano gli studi e gli articoli scientifici sulla dipendenza da social network e sugli effetti psicologici negativi che il loro abuso può determinare, non solo sui giovanissimi: ansia, insonnia, depressione, stress. Ragioni più che sufficienti per decidere di ridurre l’utilizzo dei social, alle quali aggiungo un dato solo in apparenza banale: spesso non siamo consapevoli della reale quantità di tempo che passiamo con lo smartphone tra le dita. Negli ultimi anni, mi sono ritrovata a dover dedicare ai miei genitori anziani molto più tempo che in passato: all’inizio pensavo che non sarei mai stata in grado di scovare queste risorse aggiuntive di tempo, ma è stato sufficiente sottrarle a Facebook, Instagram & co. per riuscire a fare “molte più cose di prima”, ogni santo giorno.

 

Social media rappresentazione grafica

Foto: Canva

4) Resisterò alla tentazione del fast fashion

Nel 2020, secondo dati del Parlamento Europeo, il settore tessile ha rappresentato la terza fonte di degrado delle risorse idriche e del consumo di suolo. Solo in quell’anno, per vestire e calzare ciascun cittadino Ue, sono stati necessari, in media, nove metri cubi di acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 chilogrammi di materie prime. Gli indumenti costano sempre meno, ne acquistiamo sempre di più e li gettiamo via dopo averli usati, se va bene, una manciata di volte.

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Assieme alla mole dei capi invenduti, contribuiscono a creare ogni anno oltre 90.000 tonnellate di rifiuti (fonte: Nature), molte delle quali finiscono per inquinare paesi africani poveri. È per questo che vorrei impegnarmi, per il 2024, a non comprare più abiti cosiddetti fast fashion, nemmeno in modo residuale o in situazioni di presunta “emergenza”.

 

Fast fashion, una mano valuta un abito esposto in un negozio

Foto: Africa images

Il mio obiettivo?

Completare la transizione che ho avviato con soddisfazione da alcuni anni: tenere nel guardaroba solo pochi abiti di qualità e durevoli, possibilmente di seconda mano, acquistando con cognizione e solo in caso di effettiva necessità.

5) Non mi vergognerò se avrò bisogno di riposare

Un lavoratore italiano su due è esaurito, come dimostra un recentissimo studio pubblicato da GoodHabitz e ripreso, tra gli altri, dal Sole 24 Ore. Un dato che non sorprende. Gli ultimi due decenni, quelli della mia vita adulta, sono stati caratterizzati da un’affermazione sempre maggiore del superlavoro e dell’iper produttività, nonché dal mito, tanto falso quanto duro a morire, del multitasking.

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Lo smart working che si è diffuso insieme al Covid ha spesso significato una maggiore fluidità dell’orario di lavoro e la perdita di confini netti tra il tempo per le attività professionali e quello per il riposo. Sui genitori e sulle madri, in particolare, grava il compito spesso estenuante di conciliare il ruolo genitoriale con il lavoro fuori casa, in assenza di una rete di supporto alle famiglie e con standard sempre più esigenti. Il burnout, insomma, è un rischio che incombe cronicamente su molti dei miei coetanei Millennial (e non solo). E che incombe cronicamente su di me. Il più difficile, e forse il più importante, obiettivo per il 2024, sarà dunque quello di imparare a riposare quando ne avrò bisogno, senza vergognasensi di colpa.

 

Una ragazza dorme sotto le lenzuola

Foto: Tatiana Dyuvbanova

Cominciando a tutelare la mia salute fisica e mentale, prima che sia troppo tardi.

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