Si occupa di spreco alimentare dal 2005, quando il tema non era ancora entrato nel dibattito pubblico. E con cinquantamila persone su Instagram che seguono ogni giorno le sue scelte quotidiane, dimostra che vivere in modo più sostenibile non richiede un budget più alto.
Lisa Casali è una pioniera della divulgazione scientifica sulla sostenibilità. Scienziata ambientale e autrice di libri come “Il dilemma del consumatore green” o “Ecocucina”, rappresenta una voce autorevole nel mondo della sostenibilità. Attraverso i suoi canali social e i suoi libri, promuove scelte consapevoli per ridurre l’impatto ambientale nella vita quotidiana. Con un approccio molto pragmatico, insegna a distinguere fra impegni reali e greenwashing, aiutando i consumatori a compiere acquisti più responsabili. L’abbiamo intervistata per scoprire come seguirla su questa strada.
Ma anche per capire cosa manca per passare dalle buone pratiche ad un cambiamento culturale su grande scala.
Lisa, partiamo da lei. Il suo percorso è affascinante: come è arrivata a combinare la scienza ambientale con la passione per la cucina sostenibile?
Tutto è nato dalla fusione di due grandi passioni: la scienza ambientale e la cucina. Fin da giovanissima ho scelto di seguire studi scientifici, motivata da una forte sensibilità per la natura e per il rispetto degli animali. Questo mi ha portato a diventare una scienziata ambientale e a lavorare nel settore. Parallelamente, ho sempre coltivato un interesse per il cibo, gli ingredienti e la cucina, partecipando a corsi, eventi e collaborando con grandi chef.
Guarda quattro libri di Lisa Casali
E quando questi due mondi si sono incontrati?
A un certo punto, mi è sembrato naturale unirli: ho cominciato ad applicare le mie conoscenze scientifiche alla cucina, studiando a fondo gli ingredienti e le tecniche di cottura. Questo approccio mi ha permesso di esplorare modi per trattare al meglio gli alimenti, specialmente le parti meno nobili, sia per preservare la salute che per ridurre al minimo l’impatto ambientale. In questo modo, cerco di ottimizzare l’uso dell’acqua, dell’energia e di limitare le emissioni inquinanti. La cucina sostenibile è nata un po’ per caso, ma forse sarebbe stato più strano se non fosse successo: per me è una sintesi naturale fra scienza e passione.
Il progetto “Ecocucina” ha trasformato il modo in cui vediamo gli “scarti” alimentari. Qual è stata l’ispirazione per avviarlo e quali sono state le principali sfide?
Ho iniziato a occuparmi di questo argomento molto prima che diventasse di interesse comune, nel 2005. Mi sono accorta della quantità enorme di cibo che veniva buttato via cucinando per me stessa nel mio appartamento a Milano: preparando carciofi, cavoli o broccoli, più della metà finiva nella spazzatura. Così ho cominciato a sperimentare e a documentarmi, scoprendo che molte delle parti considerate scarti – bucce, gambi o foglie – non solo sono commestibili, ma spesso sono le più ricche di fibre, antiossidanti e vitamine: la buccia della mela, ad esempio, può contenere fino al 700% in più di antiossidanti rispetto alla polpa.
Da qui il blog “Ecocucina” e i libri dedicati al tema, oggi trattato da molti chef e influencer, tra cui mio marito Franco Aliberti. Dopo mi sono concentrata su altre sfide, come l’impatto ambientale della genitorialità, dalla gestione dei pannolini agli acquisti nei primi anni di vita dei bambini.
“Cucinare in lavastoviglie” è una delle sue idee più innovative. Come ha sviluppato questa tecnica e quali sono i suoi benefici ambientali?
La tecnica è nata tra il 2009 e il 2011, quando ho pubblicato appunto il libro “Cucinare in lavastoviglie”. Si utilizza il calore e il vapore prodotti dai cicli di lavaggio per cuocere gli alimenti, utilizzando contenitori ermetici come vasetti di vetro o sacchetti sottovuoto. In questo modo, si può cucinare a bassa temperatura mentre si lavano i piatti. All’epoca, il sottovuoto era accessibile solo a livello professionale, con strumenti molto costosi. La mia idea ha permesso di portare questa soluzione nelle case di tutti. Oggi la cottura a bassa temperatura è molto più conosciuta. E resta una soluzione innovativa ed ecologica, che consente di ridurre i consumi energetici ottimizzando le risorse.
Quanto è importante il concetto di spreco zero nella sua filosofia di cucina? Può condividere alcuni esempi pratici per ridurre gli sprechi alimentari a casa?
Questo principio è al centro della mia filosofia di cucina e della mia vita quotidiana. Per me, utilizzare un ortaggio nella sua interezza – dalla polpa alle bucce, dai gambi alle foglie – dovrebbe diventare la normalità. Ad esempio, in casa nostra non sbucciamo mai la zucca: è talmente naturale che trovo strano quando vedo qualcuno che lo fa, le analisi peraltro dimostrano che la buccia della zucca è ricchissima di fibre e polifenoli. Lo stesso vale per altri ortaggi: le foglie esterne del cavolfiore, che sono più ricche di folati rispetto al fiore, si possono trattare come bietole o cicorie. Le foglie del sedano o le parti verdi del porro, spesso scartate, sono perfette per insaporire brodi e minestre. La chiave è imparare a utilizzare ogni parte degli alimenti, rispettando la stagionalità e scegliendo prodotti locali.
Ma come possiamo diffondere questa mentalità al grande pubblico?
Nel mio libro “Il grande libro delle bucce”, del 2020, sottolineo tre principali benefici del cucinare a spreco zero: ambientali, economici e salutistici. Riducendo lo spreco del 50%, si dimezzano gli impatti ambientali, si risparmia sulla spesa e si consumano alimenti più ricchi di nutrienti. Mi auguro che almeno uno di questi aspetti sia sufficiente a incuriosire le persone e spingerle a sperimentare nuovi approcci in cucina.
La cucina tradizionale italiana, purtroppo, prevede ancora molto scarto. Dobbiamo aggiornare queste pratiche e trasformarle in una cucina contemporanea più sostenibile. Non possiamo più permetterci di buttare via metà di un ortaggio quando quella “metà scartata” è spesso la più gustosa, salutare e nutriente.
Invece con “Il dilemma del consumatore green”, affronta il rischio del greenwashing. Quali sono i segnali che un consumatore dovrebbe notare per evitare prodotti solo “apparentemente” sostenibili?
Purtroppo è un fenomeno sempre più diffuso. Molti prodotti vengono venduti enfatizzando presunti benefici ambientali, come “impatti zero” o “massima sostenibilità”, che a un’indagine più attenta si rivelano messaggi pubblicitari più che reali impegni ecologici. Per questo nel libro parlo dell’albero della sostenibilità: le radici sono la prevenzione dei danni ambientali, il tronco l’impegno a ripararli, i rami e le foglie i miglioramenti delle performance, i frutti i prodotti venduti e la buccia il packaging. Un’azienda veramente sostenibile investe in ogni parte dell’albero, ma molte oggi si concentrano solo sul packaging: dichiararlo riciclabile non basta per definire un prodotto davvero “green”. Bisogna chiedere maggiore trasparenza sulle azioni concrete, come fondi o polizze per eventuali danni ambientali.
Lei nel libro ha proposto una check-list di domande per guidare gli acquisti sostenibili. Quali sono gli elementi principali da considerare in ambiti come l’alimentazione o il tessile?
Le domande fondamentali riguardano la prevenzione e la riparazione dei danni ambientali, anche in settori come l’alimentare e il tessile, considerati “innocui” ma esposti a rischi di contaminazione del suolo e delle acque. Questi temi vanno affrontati con serietà. Inoltre, è importante cercare certificazioni sostenibili, idealmente per l’intera azienda e non solo per i singoli prodotti: Made Green Italy, che coniuga sostenibilità e qualità italiana, oppure Ambiente Protetto e ISO 14001, che misurano l’impatto ambientale dell’intero processo produttivo.
E con i ragazzi come funziona? Instagram basta per raggiungerli?
Personalmente cerco di sensibilizzare le nuove generazioni utilizzando i social media, per raccontare attraverso il mio quotidiano come le scelte sostenibili si possano combinare con altri temi come la salute, il benessere e anche il risparmio. So che il mio pubblico non è esclusivamente composto dai più giovani, ma cerco di raggiungere tutte le fasce di età, inclusi i ragazzi, che possono trovare ispirazione nelle mie scelte sostenibili.
Mi rendo conto che dovrei usare anche altri social come TikTok per coinvolgere un pubblico ancora più giovane, ma il mio obiettivo principale è promuovere la consapevolezza che vivere in modo più sostenibile non implica necessariamente un budget più alto e che ci sono soluzioni pratiche e accessibili per tutti. A prescindere dall’età.
Se potesse consigliare un’unica abitudine sostenibile da adottare subito, quale sarebbe?
Le abitudini che considero fondamentali per la sostenibilità sono due. La prima è comprare il meno possibile. Durante eventi come il Black Friday, per esempio, è facile cadere nella tentazione di acquistare prodotti che non ci servono davvero. Ogni acquisto comporta un impatto ambientale, e se il prodotto non viene usato o diventa presto rifiuto, il danno è doppio. Ridurre il consumo di cose inutili è una delle scelte più efficaci per ridurre il nostro impatto.
E poi preferire il second hand. Quando un acquisto è necessario, è sempre meglio scegliere il mercato dell’usato, soprattutto quello locale. Non solo riduce l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovi beni, ma spesso i prodotti usati sono più sicuri dal punto di vista della salute, avendo già subito un ciclo di lavaggio e utilizzo.
Ma pensa che i consumatori italiani siano pronti ad adottare abitudini più sostenibili? Cosa manca per un cambio culturale su larga scala?
Credo che la sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali sia ancora in fase di espansione, soprattutto tra le generazioni più adulte. Molti genitori, in particolare, non hanno vissuto l’emergenza climatica come una priorità durante la loro crescita, e questo rende più difficile percepire l’urgenza del cambiamento. Tuttavia, credo che la nuova generazione sia molto più consapevole dei problemi ambientali, come dimostrano l’attivismo e le manifestazioni giovanili. Il vero ostacolo, però, è la mancanza di una sensibilità immediata, quasi istintiva, verso questi temi. Le conoscenze ci sono, ma il confronto con le fake news e le teorie complottiste può facilmente minare la fiducia nelle informazioni corrette.
La sfida è combattere questa disinformazione per promuovere un cambiamento culturale profondo e duraturo.












