Anna Kauber cammina da quasi vent’anni dentro il paesaggio italiano con una telecamera e un taccuino. Architetta, regista e paesaggista originaria di Parma, ha scelto di raccontare le zone in cui il ritmo del lavoro agricolo e pastorale scandisce ancora la vita quotidiana.
Il suo sguardo parte dall’osservazione del territorio, ma finisce per toccare ciò che quel territorio custodisce: relazioni, gesti antichi, identità resilienti.
Il racconto di un’Italia che resiste
Il suo viaggio tra cento donne pastore, trasformato nel documentario “In questo mondo” (2018), ha riportato al centro del dibattito culturale un universo femminile spesso invisibile. Con “Civiltà transumanti” (2025), invece, Kauber si è immersa poi nella transumanza del Matese, mostrando come un rito millenario continui a parlarci di cura, equilibrio e interdipendenza. Prosegue insieme a lei il nostro viaggio nell’Anno internazionale della donna agricoltrice istituito dalla Fao.
Per riflettere sulla natura come luogo che accoglie e orienta, sulla necessità di ascoltare chi abita le aree rurali per immaginare il futuro dei nostri territori.
Anna, nei suoi film e nei suoi scritti emerge un paesaggio che è insieme luogo fisico ed esperienza interiore. Come definirebbe oggi il suo rapporto con la natura e come è cambiato nel tempo?
Sicuramente i progetti di ricerca che ho condotto attraverso l’audiovisivo, quindi questa idea di immersione, sono sempre stati una prerogativa del mio modo di entrare nella realtà e nei contesti rurali. Hanno cambiato decisamente il mio rapporto con la natura. Io sono cresciuta in città e attraverso gli studi di architettura ho sempre considerato la natura come un contesto che semplicemente accoglieva il gesto degli esseri umani, la loro vita, quella degli animali… ma mai come il soggetto principale della storia. Questo ribaltamento è avvenuto quando ho iniziato a studiare il paesaggio agrario, già adulta, accorgendomi che è esattamente il contrario: è il contesto naturale ad accogliere noi esseri umani, animali, piante, tutto. E questo l’ho compreso soprattutto relazionandomi con chi vive quotidianamente questa natura attraverso l’agricoltura e l’allevamento.

Foto: Anna Kauber insieme ad Agata Iameo, pastora del film documentario “Civiltà transumanti” (2025)
Lei ha attraversato l’Italia seguendo donne pastore, agricoltrici e custodi di territori marginali. In che modo la loro visione può aiutare il nostro Paese a ripensare il futuro delle aree rurali?
Questa è una delle tematiche più aperte, ma anche più caratterizzanti della mia ricerca. L’indagine è sempre questa: come può, oggi, l’agricoltura di qualità e l’allevamento estensivo, con un’attenzione reale al benessere animale, aiutarci a ripensare il Paese? Sono proprio loro, le donne agricoltrici, con questo tipo di vita, a offrirci delle preziose chiavi d’interpretazione. Le soluzioni continuano a rimanere piccole dal punto di vista numerico e basate su scelte personali, spesso al limite dell’eroismo. Tuttavia, devono suggerire percorsi politici e scelte individuali che aiutino a riequilibrare un modello polarizzato, con città sempre più affollate e spesso insostenibili e, al contrario, colline e montagne svuotate di uomini, lavoro, servizi e futuro.
Per incontrare le cento donne pastore di In questo mondo ha percorso oltre 17.000 chilometri. Come ha strutturato questo viaggio di ricerca e in che modo l’itineranza ha influenzato il suo linguaggio narrativo?
Ho iniziato a cercare i soggetti dopo aver elaborato il progetto, nel 2014. Il viaggio è cominciato a metà 2015 e sono stata via fino a metà 2017, quasi ininterrottamente. All’epoca, di pastorizia non si parlava e nel caso se ne parlava solo al maschile, seguendo una tradizione culturale patriarcale e numerica. Era proprio questo che mi aveva sollecitato: capire cosa avessero fatto le donne, cosa stessero facendo, cosa avessero lasciato.
Trovarle non è stato semplice. La preparazione è stata lunghissima: ho attivato tutte le mie conoscenze nel mondo rurale, costruite in anni di lavoro, che mi avevano dato credibilità in università, associazioni nazionali, enti locali. Ho lanciato un vero e proprio “Cercasi donne pastore”, perché la stampa non se ne occupava. Molto spesso ho scoperto che sono proprio le donne a scegliere di allevare razze locali meno produttive e, quindi, considerate economicamente poco interessanti, ma che rivelano una straordinaria lungimiranza: il mercato e la ristorazione premiano infatti la qualità legata ai territori, alle storie e alla biodiversità.
Quali elementi emergono con maggiore forza quando il paesaggio agrario viene osservato attraverso lo sguardo di una donna?
Parlo sia del mio sguardo, sia di quello delle donne che praticano questo lavoro. In loro emerge con forza una caratteristica comune, a prescindere dall’età o dalla latitudine: la capacità di prendersi cura della vita in un modo particolare, dal seme all’agnello. È vero che tutti i bravi agricoltori e pastori lo fanno, ma nelle donne c’è una tenacia diversa: non mollano mai, mettono energia, dedizione, intelligenza nel preservare e migliorare la vita sia quella umana, quando ci sono figli e nipoti, sia quella della terra. E questo è indipendente dall’essere madri o meno. È un modo di guardare alla fertilità, al futuro e al territorio molto specifico del femminile.
Il suo lavoro unisce l’analisi del paesaggio agrario alla grammatica del cinema del reale. In che modo queste discipline dialogano nella sua ricerca e cosa le permettono di cogliere che un approccio più tecnico non rivelerebbe?
Dialogano nella comune volontà di capire e di ascoltare, non di dimostrare qualcosa o produrre un contenuto che debba “rendere”. Il cinema del reale mette in secondo piano la mia soggettività e dà priorità alla relazione: è un modo di documentare che parte dall’accoglienza che trovo nei territori, soprattutto nelle terre alte. Nei miei viaggi ho incontrato comunità con una grande voglia di raccontarsi. La relazione si costruisce vivendo insieme: non stavo mai solo un giorno, ma almeno tre. E spesso mi chiedevano: “Ma noi cosa dobbiamo dirci?”. La mia risposta era sempre: “Niente. Andiamo al pascolo”. E da lì, il racconto veniva da sé, nei tempi e nei modi che loro sceglievano. Questo tipo di approccio permette una spontaneità impossibile da ottenere con metodi più strutturati.
Guarda il trailer di “In questo mondo”
Con Civiltà transumanti invece si è immersa nella cultura della transumanza del Matese. Cosa rivela questo film sulla relazione tra uomo, animale e paesaggio? E quale valore simbolico e contemporaneo riconosce oggi alla transumanza?
È uno dei miei primi lavori con una base territoriale precisa, ma il tema è vastissimo. La transumanza, storicamente, ha attraversato l’Italia per millenni e ha costruito scambi, credenze, riti, cibo, saperi. Raccontarla, come ho fatto in “Civiltà transumanti”, significa partire da una trasformazione osservata in un pascolo e allargare lo sguardo a una grande epopea nazionale, storica e culturale. Parlare della storia aiuta a capire il presente, è sempre un esercizio fondamentale. E aiuta anche a progettare un futuro: la transumanza ci mostra un sistema ecologico basato su un equilibrio perfetto tra uomo, animale e ambiente. Un equilibrio costruito andando in cerca dell’erba, senza strutture fisse, seguendo il ritmo naturale delle stagioni.
È una pratica più faticosa, certo, ma immensamente più sostenibile. Ci ricorda come l’uso attento delle risorse – dalle erbe spontanee ai pascoli – possa offrirci strumenti preziosi per affrontare le sfide ambientali di oggi.
Cosa spera che il pubblico comprenda, attraverso il suo lavoro, sulla relazione tra cura, lavoro rurale e identità? E quale responsabilità sente nel raccontare queste storie in un momento di profonde trasformazioni ambientali?
È ciò che ho sempre sentito: un impegno etico, politico nel senso più nobile del termine. Fin da giovane ho praticato il femminismo e ho sentito forte la responsabilità di essere parte della società, delle sue problematiche e delle sue possibilità. Restituire il mondo rurale in modo vero, condiviso con i soggetti dei miei documentari, è per me una maniera di contribuire a un ragionamento collettivo sui diritti, sull’uguaglianza, sul futuro. Quando si riaccendono le luci, spesso vedo nei volti del pubblico meraviglia, felicità, a volte commozione.
Anche se dura un momento, quella spinta verso un cammino condiviso è preziosa. I miei film non nascondono le fatiche e le contraddizioni dei territori, ma portano sempre un messaggio: andiamo avanti, insieme. Alla prima del film, molti mi hanno detto: “Abbiamo guardato il Matese con occhi che non avevamo mai avuto”. E credo davvero che uno sguardo esterno, se sincero e onesto, possa aiutare le comunità a vedere se stesse e immaginare il proprio futuro.
Un futuro che penso sempre non per noi, ma per i nipoti, e per chi verrà dopo di loro.




