«Siamo sempre ospiti dei luoghi che esploriamo. La natura non ci appartiene, siamo noi a doverla attraversare senza lasciare tracce. E il viaggio più autentico è quello che compiamo dentro di noi, continuando a stupirci e imparando a osservare con occhi nuovi il mondo che ci circonda».
Il cammino per Luigi Lelli è innanzitutto un esercizio di responsabilità, una forma di conoscenza che ci porta a comprendere il nostro ruolo nel mondo, a collocarci nei paesaggi che attraversiamo, per imparare ad ascoltarli e anche a proteggerli.
Dalla Romagna al mondo
Nato a Cesena 35 anni fa, Luigi (per gli amici Gèg) è cresciuto con le colline negli occhi. Ma è rimasto affascinato sin da bambino dalla bellezza delle Dolomiti Cadorine e Ampezzane, dove ancora oggi trascorre buona parte del suo tempo libero. Almeno quando si trova in Italia. Perché il suo lavoro da fotografo e guida di gruppi che amano il turismo di avventura, sulla scorta della sua Laurea in Scienze geologiche all’Università di Bologna, lo porta spesso in giro per il mondo.
«Tutto è cominciato nel maggio 2016, sulle pendici dello Stromboli – racconta – La terra tremava, dal cratere uscivano ceneri, fuoco e fumo, un professore ci disse “Godetevi lo spettacolo, questa è geologia vera!”. In quel momento capii che volevo lavorare a diretto contatto con la natura. La fotografia è arrivata dopo, quasi per caso: da strumento per ricordare i viaggi è diventata un modo per raccontarli».

Luigi Lelli. Foto: Kailas
A lui abbiamo chiesto di accompagnarci dentro questo universo, fra etica del viaggio e meraviglia. E di presentarci, attraverso i suoi scatti, otto mete da sogno.
Il turismo di avventura porta per definizione i viaggiatori in luoghi lontani e incontaminati. Ma più diventano noti e più rischiano di subire degli impatti. A quali condizioni questo tipo di esperienza diventa realmente sostenibile?
Chiariamo innanzitutto un punto: secondo me il turismo davvero sostenibile è quello su scala locale, a chilometro zero, alla scoperta degli angoli dietro casa, magari in bicicletta. Detto questo, il turismo naturalistico anche nelle mete più remote può avvicinarsi alla sostenibilità a condizione che si limiti l’impatto sull’ambiente e sulle popolazioni: attraverso un approccio rispettoso, spostandosi in piccoli gruppi con condivisione dei mezzi, sostenendo piccole realtà locali e trasmettendo l’amore per il territorio. E la responsabilità può iniziare ben prima della partenza, prendendo coscienza dei possibili impatti e agendo preventivamente — per esempio bilanciando le proprie emissioni di CO₂ attraverso opere di riforestazione e piantumazione, capaci di sottrarre gas serra dall’atmosfera e rilasciare ossigeno.
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Ma nel concreto, durante le escursioni, come si traduce questa forma di rispetto?
Evitiamo di interferire con gli ecosistemi più a rischio. In Groenlandia, per esempio, gli ambienti che frequentiamo sono prevalentemente rocciosi, a ridosso di ghiacciai imponenti: le viste sono emozionanti e appaganti, ma noi siamo solo ospiti in una natura inospitale e per questo cerchiamo di non lasciare tracce, di tenerci alla giusta distanza. In Patagonia meridionale, all’estremità del continente americano, il rispetto della flora e della fauna è sempre al primo posto: ci si sposta a piedi seguendo i tracciati, si cerca di attraversare gli ambienti “senza essere né visti né sentiti”. Si gode di ciò che la natura decide di concederci, senza sottrarre niente all’ambiente stesso.
Nei territori che attraversate i viaggiatori possono osservare anche gli aspetti problematici, come gli effetti del cambiamento climatico e la perdita di biodiversità? Come reagiscono?
Sì, assolutamente. L’assottigliamento e l’arretramento dei ghiacciai sono un’evidenza tangibile del riscaldamento globale: il celebre Perito Moreno, nel Parco Nazionale argentino Los Glaciares, spesso citato come ghiacciaio “in salute”, non ha registrato in realtà alcun avanzamento negli ultimi nove anni. Ma i fenomeni anomali si osservano in tutte le fasce climatiche: l’arrivo di specie vegetali e animali esotiche, le alluvioni improvvise in aree aride come la Death Valley, gli incendi boschivi estremi sulle Montagne Rocciose.
I viaggiatori rimangono tutti molto impressionati, tante narrazioni teoriche diventano una realtà palpabile. E nei miei racconti sottolineo le trasformazioni provocate dal riscaldamento globale, soprattutto nel confronto con le testimonianze di chi ha vissuto questi luoghi prima di me: i libri dell’esploratore missionario Alberto Maria De Agostini e le fotografie di Ansel Adams ritraggono paesaggi in parte già diversi da quelli che conosciamo oggi.
Esistono dei limiti oltre i quali un territorio non dovrebbe essere promosso turisticamente? Come si stabilisce l’equilibrio tra accessibilità e tutela?
È una domanda da un milione di dollari. Ogni area fa storia sé, con i suoi limiti e le sue criticità. La mia idea è che il turismo debba arrivare al punto in cui porta un miglioramento reale degli standard di vita locali: ricchezza equilibrata e ben distribuita, nuovi lavori, ma senza stravolgere tradizioni, mestieri e usanze. Si tratta di aumentare gli afflussi senza dimenticare le esigenze degli abitanti, evitando processi di gentrificazione e globalizzazione. Io voglio poter tornare a Tasiilaq, in Groenlandia, bussare alla porta di casa di Aaron, chiedergli com’è andata la caccia e la pesca della stagione, come stanno i suoi figli, magari presentarlo a chi viaggia con me. Mi spezzerebbe il cuore vedere il villaggio invaso di B&b, caffetterie e agenzie turistiche con gli abitanti costretti ad abbandonare le proprie case.
Quanto conta, in questo quadro, la dimensione educativa? Un trekking in un ambiente di particolare pregio può diventare anche un’esperienza di alfabetizzazione ambientale?
Nei viaggi in natura questo è fondamentale. L’impegno che ho preso con i miei colleghi è di rendere consapevole ogni singolo viaggiatore, sostenendo un turismo meno invasivo in favore di una migliore cultura naturalistica. Cerchiamo quindi di prenderci tutto il tempo necessario per approcciarci con curiosità agli ambienti naturali, lasciando così qualche seme nelle abitudini quotidiane di chi viaggia con noi.
E qual è il valore aggiunto di viaggiare con figure che hanno competenze scientifiche, come geologi o naturalisti, rispetto a un turismo outdoor più tradizionale?
La capacità di interpretare il territorio, che deriva dalla nostra formazione, permette di comprendere i mondi che esploriamo con un alto grado di approfondimento, in ambiti che ci appassionano al punto da portarci negli angoli più remoti del pianeta. Condividere le nostre conoscenze con passione, in modo semplice e chiaro per tutti, è la nostra missione.
In quest’ottica quale ruolo possono svolgere i tour operator e le guide scientificamente formate? Possono essere davvero agenti di cambiamento nei territori?
In questo ambito i tour operator hanno un impatto diretto sui paesi visitati. Noi cerchiamo di operare costruendo nel tempo legami e contatti locali, instaurando rapporti di collaborazione e spesso di amicizia, in particolare con piccole realtà autoctone, richiedendo servizi di supporto locali. Viaggiare in piccoli gruppi, poi, permette a ciascuno di instaurare un rapporto diretto, personale e responsabile con i luoghi e le persone che incontra.

In viaggio con Gèg, da Stromboli alle Ande. Diario di un esploratore etico: Cile, le tradizioni agrarie di montagna si trasmettono di generazione in generazione
Ma chi può partecipare ai vostri viaggi? Esistono prerequisiti o limitazioni?
Nessun limite, tutti sono benvenuti per lasciarsi stupire dalla bellezza del pianeta. Gli itinerari sono tutti etichettati con scale di difficoltà, o meglio di adattabilità e impegno fisico richiesto, in modo da facilitare la scelta di un viaggio su misura. I percorsi sono studiati per proporre esperienze autentiche ai giusti costi, con attenzione alla scelta delle strutture e dei servizi, che rispecchino la nostra filosofia del viaggiare.

E dopo il rientro a casa, cosa rimane? Come si può continuare a essere un viaggiatore consapevole nella vita di tutti i giorni?
Con un esercizio semplice: continuare a stupirsi e a incuriosirsi di ciò che ci circonda, porsi domande e provare a darsi delle risposte, allenare la mente a vedere il mondo con occhi diversi. Vorrei che la gente potesse distaccarsi da una vita di corsa e riconnettersi con il mondo naturale, a portata di mano ogni giorno.
Come suggeriscono i murales a Puerto Río Tranquilo, in Cile: “Disfruta que la vida es corta!”




