Natura

Resilienza in giardino. Alla scoperta delle piante che fronteggiano il clima estremo

Lunghe siccità, eccessi termici, precipitazioni intense e concentrate. Una nuova maniera di progettare il verde permette di rispondere a questi fenomeni sempre più frequenti anche nei nostri territori. Fra specie capaci di vivere quasi del tutto senz’acqua e altre che aiutano il suolo a drenare quella di troppo

Francesca Santoro 17 Luglio 2023

Quanti si imbattono sulle nostre spiagge nel Giglio di mare (Pancratium maritimum) restano colpiti dalla bellezza e dall’intenso profumo che questa pianta, diffusa dal Mediterraneo al Mar Nero, emana. Ma ancor più dalla sua capacità di vivere e fiorire nel caldo rovente delle dune. Eppure sono migliaia, solo in Italia, le specie che crescono spontaneamente in condizioni inospitali, vale a dire la scarsità di acqua, la salinità del terreno o le elevate temperature, come quelle che percepiamo in questi giorni. Tanto da essere individuate come varietà utili a realizzare aree verdi, riducendo al massimo la necessità d’irrigare.

È l’approccio del cosiddetto Xeriscaping, un metodo di progettazione che promuove un uso responsabile delle risorse naturali, energetiche e di manodopera.

 

Il giglio di mare è diffuso sulle spiagge del Mediterraneo

Il giglio di mare è diffuso sulle spiagge del Mediterraneo (Foto: ideasardegna.it)

Vivere all’asciutto

Il termine Xeriscaping unisce il greco Xeros (asciutto) e l’inglese landscaping (creazione del paesaggio) ed è stato coniato a Denver, in Colorado, durante i primi anni ‘80, dopo una prolungata siccità che rivelò l’insostenibilità dei prati che ricoprivano vaste zone della città. E i suoi principi sono diventati, da allora, ancora più attuali a causa degli sconvolgimenti climatici, caratterizzati da siccità e precipitazioni estreme sempre più evidenti. Un concetto, che trova applicazione nei cosiddetti dry garden, i “giardini asciutti” che attingono, appunto, in maniera estremamente ridotta alle risorse idriche urbane. Come spiega Gianluca Burchi, Dirigente di ricerca del Crea impegnato, presso il centro di Pescia (Pt), nel settore dell’orticoltura e del florovivaismo:

 

Gianluca Burchi, dirigente di ricerca del Crea (Foto: Crea)

Gianluca Burchi è dirigente di ricerca del Crea (Foto: Crea)

«I dry  garden si sono evoluti soprattutto nel mondo anglosassone, interessato a generare bellezza attraverso le piante anche nelle condizioni di crescente siccità verso le quali ci stiamo indirizzando».

Radici intelligenti

Ma come si progetta un giardino di questo genere? Le piante innanzitutto vengono scelte e raggruppate in base alle diverse necessità d’acqua e s’interrano in modo da agevolare le radici nel raggiungere gli strati umidi. L’irrigazione avviene in profondità o alla base della pianta per ridurre l’evaporazione. Secondo lo Xeriscaping, inoltre, le specie da selezionare devono giungere da zone siccitose ed essere geneticamente adattate al clima arido, meno predisposte ad ammalarsi, meno bisognose di antiparassitari e concimi. «In generale si prediligono cactacee, succulente, aromatiche psammofile la cui coltivazione e cura richiede acqua in modica quantità» aggiunge Burchi.

 

Il Dry garden dell'RHS Garden Hyde Hall, in Essex, in Gran Bretagna (Foto: www.rhs.org.uk)

Il Dry garden dell’RHS Garden Hyde Hall, in Essex, in Gran Bretagna (Foto: www.rhs.org.uk)

Gocce preziose

Il terreno poi viene mantenuto areato e ricco di sostanza organica, in maniera che possa drenare immagazzinare l’acqua. L’umidità si conserva attraverso la pacciamatura che protegge la superficie del terreno dal sole e dal vento, riducendo l’evaporazione. Molto importanti sono i sistemi d’irrigazione ad alta efficienza, come ad esempio quelli a goccia, che idratano lentamente la base della pianta evitando perdite di acqua per scorrimento superficiale o per infiltrazione, limitando così l’erosione del suolo.

 

L’irrigazione a goccia permette di concentrare la risorsa idrica e limitare l’erosione (Foto: Canva)

Chi ben progetta…

La progettazione dei dry garden, insomma, deve avvenire con particolare attenzione, se possibile superiore a quella dei giardini ordinari. Anche perché le piante che li compongono possono fare a meno dell’acqua solo dopo un certo periodo: «Capita spesso che le aiuole, i giardini o le alberature delle nostre città siano prive d’impianti per irrigare – avverte Burchi – Ma in realtà le piante più adatte ai dry  garden hanno bisogno d’acqua subito dopo il trapianto. Poi, una volta che sviluppano un apparato radicale sufficiente, possono farne a meno quasi del tutto».

In questa maniera per esempio nei prestigiosi giardini di Hyde Hall, gestiti dalla Royal horticultural society in Gran Bretagna, si è arrivati a evitare l’annaffiamento artificiale per 22 anni.

 

E quando piove troppo?

Le alterazioni climatiche in realtà mettono a dura prova parchi e giardini anche per la ragione opposta, vale a dire l’improvvisa abbondanza d’acqua: anche in Italia, durante gli ultimi mesi, abbiamo sperimentato come si possa passare repentinamente da un’alluvione ad un clima decisamente rovente. Per fronteggiare i momenti di pioggia estrema, sempre nell’ottica della resilienza, esistono i rain garden: le “aiuole permeabili” che, attraverso sistemi di decantazione e filtraggio, assorbono, conservano e convogliano verso la rete fognaria l’acqua delle precipitazioni eccezionali. In questo caso le piante utilizzate sono specie in grado di resistere tanto a brevi situazioni di allagamento quanto a lunghe fasi di scarsità d’acqua, determinate da stratigrafie particolarmente drenanti.

 

Il rain garden di Verdecittà a Torino (Foto: Asproflor)

Il rain garden di Verdecittà a Torino (Foto: Asproflor)

«I rain garden si possono considerare a pieno titolo infrastrutture per aree urbane, progettate per alleggerire il “carico di lavoro” dei sistemi tradizionali di smaltimento delle acque, vale a dire le reti fognarie, sia intubate che a cielo aperto» riprende Burchi.

Opere sperimentali

Sul tema, nel 2021, è stato realizzato il progetto itinerante VerdeCittà, promosso dal Ministero dell’agricoltura e coordinato proprio dal ricercatore del Crea per sensibilizzare i cittadini sui benefici della rinaturalizzazione urbana. Tra le attività sono stati realizzati, a scopo dimostrativo, proprio un rain garden e un dry garden temporanei durante la tappa di Torino a cura dell’associazione Asproflor – Comuni fioriti.

 

 

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Le infrastrutture drenanti basate sui “giardini di pioggia” però sono ancora lontane dall’essere realizzate perché richiedono il rifacimento dei fondi stradali, lo spostamento delle aree destinate ai parcheggi che impermeabilizzano il suolo e soprattutto il collegamento dei rain garden alle reti di drenaggio. Una “grande opera” che fatica a trovare spazio nei bilanci dei Comuni che riescono appena a gestire i giardini già esistenti, avverte Gianluca Burchi:

«Eppure il discorso si comincia ad affrontare in diverse città e questo ci fa sperare in un futuro migliore per la gestione delle emergenze climatiche che si abbattono sulle nostre comunità».

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