La zootecnia è una scienza controversa, soprattutto negli ultimi anni al centro di scandali e dibattiti: le esigenze economiche e – in parte – nutrizionali sembrano sempre più contrapposte alle preoccupazioni ambientali ed etiche.
Nel nostro paese poi, da quando è stata vietata la produzione e la commercializzazione di carne coltivata (definita erroneamente “sintetica”) con la Legge 172/2023, la questione è ancora più spinosa. Eppure, a quanto pare, può esserci un modo di fare zootecnia che – se non altro – cerca di ridurre l’impatto ambientale, puntando a capovolgere il bilancio ecologico.
Il recupero di una razza in via d’estinzione
A San Pietro in Gu, vicino Padova, la farm Verderosa custodisce trentasei esemplari di vacca Rendena, una razza autoctona che rischiava l’estinzione dopo che negli anni Quaranta ne venne vietato l’allevamento perché ritenuta poco produttiva per i ritmi industriali. Oggi, grazie alla tutela del Presidio Slow Food e alla gestione scientifica di Etifor, spin-off dell’Università di Padova, questa specie rustica e resistente ai cambiamenti climatici è diventata il perno di un modello agroforestale rigenerativo.

Esemplare della razza Rendena. Foto Etifor – VerdeRosa Farm
Al pascolo secondo i ritmi dell’ecosistema
Gli animali, assicurano i gestori del progetto, vivono stabilmente all’aperto, alimentati solo con erba fresca, fieno e cereali senza Ogm. La chiave della rigenerazione sta nel pascolo razionale turnato: i bovini si spostano tra parcelle di terreno calcolate per far coincidere il tempo del consumo con la naturale ricrescita del verde. Questo approccio estensivo trasforma l’allevamento in un custode dell’ecosistema.
Bilancio idrico positivo
I dati scientifici certificano che la farm cattura 330 tonnellate di CO₂ a fronte di 64 emesse e infiltra in falda oltre un milione di metri cubi d’acqua contro i circa ventitremila consumati. Un miracolo idrico reso possibile da ventuno ettari di soluzioni basate sulla natura, tra cui il Bosco Limite e l’Oasi di Corsara: 18.000 alberi e corridoi ecologici che raccolgono e purificano l’acqua piovana, restituendo al sottosuolo quarantadue volte la risorsa impiegata.

Bosco Limite, una delle aree verdi che garantisce la salubrità del ciclo dell’acqua. Foto: Etifor
La domanda rispetta l’offerta
Per la prima volta, questa filiera corta approda alla ristorazione al Gustificio di Carmignano di Brenta, a soli quattro chilometri dalla farm. Il locale, inserito tra le novità della Guida Michelin e prima locanda in Italia certificata per il turismo sostenibile Gstc (Global Sustainable Tourism Council), ha inserito nel menu i tagli storici della Rendena.
Per il fondatore Andrea Poli: «Il cibo è prima di tutto un atto di amore e rispetto. La filiera di cui abbiamo scelto di essere l’ultimo miglio è tanto corta quanto davvero “slow”, ciò comporta che la domanda si adegui alla disponibilità dell’offerta e mai viceversa».
Un modello replicabile
Si tratta di un percorso obbligato per invertire la rotta rispetto ai danni dei sistemi intensivi, responsabili (oltre che di crudeltà verso gli animali) della contaminazione delle falde e del boom dei gas serra. Tra il 2010 e il 2020 l’Europa ha visto crollare del 70% gli allevamenti estensivi. «Questo approccio è replicabile ovunque, ma richiede un cambiamento profondo», spiega Alessandro Leonardi, Ceo di Etifor e di Verderosa Farm.

Alessandro Leonardi. Foto: Az.Agricola Verderosa farm
«Produttori e consumatori devono premiare modelli responsabili e nuove soluzioni agroforestali che mettano al centro non solo l’animale, ma l’intera natura che lo ospita».