La Cop30 si è conclusa con un accordo che lascia l’amaro in bocca, inutile negarlo, a quanti si aspettavano una svolta risolutiva verso la transizione ecologica: nel testo della Global Mutirão Decision manca un riferimento esplicito alle fonti fossili, proprio il nodo intorno al quale si gioca questo decennio.
E le distanze tra i blocchi geopolitici, con gli Usa quasi del tutto assenti, un’Europa poco compatta e le economie emergenti divise fra diverse priorità al proprio interno, hanno prodotto un documento capace soltanto di posticipare ogni decisione.

La seduta conclusiva della Cop30 di Belém. Foto: Rafa Neddermeyer/Cop30
L’agricoltura nella diplomazia climatica
Allo stesso tempo però questa cavalcata di 13 giorni alle porte dell’Amazzonia, che abbiamo seguito tra conferenze ufficiali, manifestazioni di piazza e incontri delle organizzazioni sociali nelle strutture del Parco cittadino di Belém, ci consegna una sensazione chiara: per la prima volta l’agricoltura non è rimasta ai margini dell’evento, entrando nel cuore della diplomazia climatica con un peso che non aveva mai avuto. Si è capito che in un mondo già a +1,3 °C rispetto all’epoca pre-industriale, con perdite agricole stimate dalla Food and agriculture organization (Fao) in 3.260 miliardi di dollari negli ultimi 33 anni (pari a circa il 4% del Pil agricolo mondiale), la centralità del cibo e dei suoli non è più un’opzione etica: è una necessità imposta dai fatti.
I capisaldi da cui ripartire
Il Brasile d’altro canto, affidando la guida del vertice al diplomatico André Corrêa do Lago, aveva impostato la conferenza su foreste, bioeconomia e giustizia climatica, tanto che proprio nelle prime giornate del summit era andato in porto un cospicuo fondo per la conservazione della biodiversità tropicale. E il presidente Luiz Inácio “Lula” da Silva lo aveva detto chiaramente nelle battute inziali: «Non vogliamo una Cop di narrazioni: vogliamo una Cop nella quale le decisioni siano attuate». Il segnale è stato ascoltato: non tutto è stato risolto, ma i negoziati sull’agricoltura hanno prodotto contenuti più strutturati di quanto visto negli ultimi anni.

Un momento degli Agriculture Days alla Cop30. Foto: Andrea Grieco
Vediamoli.
1. I suoli sono stati riconosciuti sul piano politico come infrastruttura climatica
Nel doppio “Agriculture Days” (il 19 e 20 novembre) si è acquisito un linguaggio comune: la salute del suolo è fondamentale. Il degrado, che colpisce più del 30% delle terre coltivate, è stato definito «il più grande punto cieco delle politiche climatiche globali». Obiettivi di rigenerazione, monitoraggio e pratiche agroecologiche sono stati parte del testo tecnico negoziale e dei negoziati stessi.
2. L’agroecologia è entrata stabilmente nel linguaggio negoziale
Tra i paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia cresce l’intenzione di inserire l’agroecologia nelle proprie strategie nazionali, non solo come misura per l’adattamento ai fenomeni estremi indotti dal riscaldamento globale, ma anche sul versante della mitigazione, finalizzato cioè all’abbattimento delle emissioni climalteranti.
E Paulo Petersen, coordinatore della ong brasiliana As-Pta per l’agricoltura familiare e l’agroecologia, fra le voci di spicco del movimento internazionale per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, nominato “Special envoy” della Cop30, ha spiegato con chiarezza:

Paulo Petersen. Foto: As-Pta
«Affrontare la crisi climatica significa valorizzare l’agroecologia come una forma moderna di innovazione» ha spiegato.
3. L’energia pulita nelle campagne è diventata, da semplice richiesta, un capitolo negoziale
Un negoziatore ecuadoriano ha sintetizzato così l’impegno emergente: «Senza energia rinnovabile nelle campagne, non possiamo parlare di trasformazione agricola». Nel testo tecnico si è lavorato molto per includere sezioni specifiche su pompe solari, micro-grid rurali, irrigazione efficiente.
4. I popoli indigeni sono entrati nella governance dei territori agricoli
La Cop30 ha istituito un “canale permanente di consultazione” tra comunità indigene e negoziati su agricoltura e sicurezza alimentare. E la voce di Txai Suruí, attivista indigena brasiliana, è stata tra le più ascoltate:

Txai Suruí. Foto: Internacional Amazonia
«Il suolo è vivo. Se muore il suolo, muore tutto: le comunità, la foresta e il nostro futuro».
E poi…
Dentro la Cop30 anche l’agribusiness, ovviamente, ha giocato un ruolo importante. Lo spazio ufficiale “AgriZone”, allestito da Embrapa, un’istituzione pubblica per l’innovazione nell’agricoltura e nell’allevamento, insieme al ministero brasiliano, ha riunito per giorni aziende della soia, della carne, dei fertilizzanti e delle tecnologie agricole. Non si è trattato di una semplice esposizione: è stato un tentativo esplicito di mostrarsi come parte della soluzione.

Foto: Andrea Grieco
Banco di prova
I grandi attori del settore hanno provato a “riposizionarsi“, presentando progetti su riduzione del metano, rotazioni colturali e strumenti digitali per migliorare la gestione dei terreni. Negli stessi padiglioni, inoltre, si ricordava come i sistemi agroalimentari siano responsabili di circa un terzo delle emissioni globali e che la trasformazione del settore richieda regole chiare, trasparenza e un reale coinvolgimento dei piccoli produttori.
Nessuno in realtà dentro la Cop sembrava disposto a prendere queste promesse come oro colato. Ma la presenza dei colossi del mercato agroalimentare è stata letta come un’opportunità, come un banco di prova per capire se le grandi aziende vogliono davvero imboccare la strada della rigenerazione dei suoli e della riduzione degli impatti.

Gli interni della Green Zone. Foto: Alex Ferro / COp30
La vera eredità di Belém
È in questo equilibrio fra pressioni economiche, esigenze sociali e urgenze climatiche che si può comprendere che cosa abbia davvero raccolto l’agricoltura dentro questa Cop30. Nessuna dichiarazione roboante e questo per certi aspetti è un bene. Ma qualche passo in avanti sì: per la prima volta l’agricoltura entra stabilmente nelle strategie climatiche nazionali. Suolo, agroecologia ed energia rurale non restano semplici slogan ma compaiono come ambiti operativi della transizione, insieme al riconoscimento formale del ruolo di agricoltori familiari e comunità indigene.
Non è una rivoluzione, ma una cornice più matura e vicina ad un’idea moderna di sicurezza alimentare e climatica. Probabilmente questa è la vera eredità di Belém: l’idea che il futuro agricolo non sarà deciso da un solo modello, ma dalla capacità di far dialogare economie, territori e persone che la terra la vivono ogni giorno.

Foto: Getty Images
Ed è proprio da questa consapevolezza che occorre ripartire, verso la Cop31 ad Antalya, per portare sempre di più i sistemi agroalimentari al centro di una transizione giusta.



