La terra, il prossimo, la pace. Fra’ Massimo Corallo: «Francesco? Una sfida per l’oggi»
Incontri

La terra, il prossimo, la pace. Fra’ Massimo Corallo: «Francesco? Una sfida per l’oggi»

Il 4 ottobre, a 800 anni dal transito del santo di Assisi, torna ad essere festa nazionale. Un frate siciliano, musicista, attivo nei social, docente di Comunicazione e impegnato per i più fragili nella sua comunità, ci spiega l’attualità del suo insegnamento. E come tradurre il messaggio del “Cantico” in scelte concrete

Marco Fratoddi 28 Settembre 2026

«Francesco continua a ricordarci una cosa molto semplice: non siamo proprietari del mondo. Siamo ospiti, fratelli e custodi». Dietro questa frase c’è una visione che attraversa otto secoli di storia e arriva, come un macigno, fino ai giorni nostri.

Fede, cultura e impegno sociale

A pronunciarla, sulla scorta degli insegnamenti che il santo di Assisi, transitato nella notte fra il 3 e 4 ottobre 1226, ha espresso nel “Cantico delle creature” e con una predicazione che ha riscritto i fondamentali del Cristianesimo, è fra’ Massimo Corallo: un frate minore originario di Ispica, nel Ragusano, che ha scelto a 19 anni, nel 1999, la vita religiosa. Da allora, accanto alla formazione teologica, ha coltivato gli studi in “Scienze della comunicazione” e in “Comunicazione della cultura e dello spettacolo”, integrando l’impegno pastorale con l’insegnamento, la composizione musicale e il lavoro nelle comunità.

Leggi anche:  Frutti di Maremma. Una giornata al Selvello, dove nasce la pera Santa Maria

Oggi, a 46 anni, continua a esprimere nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Catania, di cui è guardiano e parroco, la stessa energia creativa dei primi giorni da francescano: una missione allo stesso tempo spirituale e umana che si traduce, di volta in volta, in lezione universitaria, condivisione via Instagram, canzone d’autore, impresa di promozione sociale, ascolto e parola per chi si trova in un momento di difficoltà.

Fra' Massimo Corallo insieme ai fondatori di "Smg Lab – Progetto Stramondo"

Fra’ Massimo Corallo insieme ai fondatori di “Smg Lab – Progetto Stramondo”

Un modo diverso di abitare il mondo

Abbiamo chiesto a lui, che vive il francescanesimo in maniera tanto articolata e concreta, di portarci dentro questa filosofia che prevede una maniera di abitare il mondo molto diversa da quella cui stiamo assistendo in questi anni segnati da guerre, offese al pianeta, disuguaglianze.

Raffigurazione pittorica di San Francesco d’Assisi con saio marrone e aureola dorata su fondo blu.

Cimabue, San Francesco, ca. 1280

Mentre l’Italia si prepara, il 4 ottobre, a celebrare di nuovo quella di San Francesco come una festività nazionale.

Fra’ Massimo, ottocento anni dopo la morte di san Francesco il mondo si trova di fronte ad alcune sfide enormi, che riguardano la terra e il cibo ma anche il clima, le guerre, le migrazioni, le disuguaglianze, l’evoluzione incontrollata delle nuove tecnologie. Quale contributo può offrire oggi la visione francescana difronte a questo scenario certo non felice?

Credo che Francesco possa offrirci anzitutto un cambio di sguardo. Il nostro tempo tende a trasformare tutto in qualcosa da utilizzare: la terra, le risorse, perfino le persone. Francesco introduce invece la categoria della fraternità. Se l’altro è mio fratello, non posso usarlo e se la terra è mia sorella e mia madre, non posso semplicemente sfruttarla. Questo vale anche per la tecnologia. Io insegno comunicazione sociale e sono molto interessato all’innovazione: non credo che la risposta sia avere paura del progresso. La domanda francescana è piuttosto: questa innovazione rende l’uomo più libero, più capace di relazione, più responsabile oppure no? Sta a noi comprenderlo.

Fra' Massimo durante la registrazione del suo "Ricorda chi sei", 2020

Fra’ Massimo durante la registrazione del suo “Ricorda chi sei”, 2020. Foto: Facebook

Lei ha scelto a 19 anni di entrare nell’ordine dei Frati Minori e proprio pochi giorni fa ha celebrato i 25 anni della sua consacrazione religiosa, lungo un cammino che coniuga comunicazione sociale e intervento diretto nelle comunità. Come dialogano nel suo percorso queste dimensioni?

In realtà per me non sono mai state due dimensioni separate. Comunicare significa entrare in relazione e la pastorale, se è autentica, è relazione. A diciannove anni avevo certamente un’idea molto diversa della vita religiosa. Dopo 25 anni ho capito che essere frate non significa sottrarsi alla complessità del mondo, ma starci dentro. Per questo nella mia vita convivono la parrocchia, l’insegnamento della comunicazione, la musica e i progetti sociali. Da questa contaminazione è nato anche Smg Lab, la cooperativa che punta a promuovere l’inclusione e il welfare comunitario.

Leggi anche:  Dove sboccia la solidarietà. Quattro esperienze di agricoltura sociale

Abbiamo provato a non limitarci all’assistenza, ma a costruire processi capaci di generare autonomia: accoglienza, cultura, comunicazione, ospitalità, agricoltura solidale. Uno dei progetti è Casa Stramondo, pensata anche per studenti universitari meritevoli in difficoltà e padri separati che attraversano momenti complicati della loro vita. Mi interessa una Chiesa che non dica soltanto “ti aiuto”, ma provi a dire: “costruiamo insieme qualcosa che possa continuare a vivere”.

L'interno di Smg Lab con un'immagine di Giuseppa Stramondi

L’interno di Smg Lab con un’immagine di Giuseppa Stramondo. Foto: Prospettive.eu

Proviamo allora a capire meglio insieme a lei il francescanesimo, a partire da una parola che spesso lo definisce: la scelta della povertà significa necessariamente rinuncia?

La rinuncia c’è, sarebbe falso negarlo. Ma non è il fine. Il fine è la libertà. Francesco non sceglie la povertà perché le cose siano cattive, ma perché sono troppo belle per diventarne schiavi. La povertà francescana non è miseria e non dovrebbe mai diventare un’estetica romantica della privazione. È la scelta di possedere senza essere posseduti. La povertà più difficile non riguarda nemmeno gli oggetti. È accettare di non controllare tutto: le persone, i risultati, il futuro, perfino l’immagine che gli altri hanno di noi. È lì che la povertà diventa una forma molto concreta di libertà.

Francesco è spesso indicato come “patrono degli ecologisti” e degli animali. Che cosa c’è di vero in questa definizione e che cosa invece rischia di banalizzarla?

C’è qualcosa di profondamente vero, purché non riduciamo Francesco al frate che parlava agli uccellini. Il suo rapporto con la natura nasce da una visione teologica molto più radicale: le creature hanno valore non semplicemente perché sono utili all’uomo, ma perché esistono davanti a Dio. Per questo Francesco può chiamare fratello il sole, sorella l’acqua, fratello il fuoco.

Leggi anche:  La fertile bellezza. Viaggio in cinque tappe nel paesaggio agricolo italiano

La banalizzazione comincia quando trasformiamo questa visione in sentimentalismo. Francesco non contempla una natura da cartolina: conosce la fame, il freddo, la malattia, la fatica. Nel Cantico arriva a chiamare sorella perfino la morte. La sua ecologia comprende quindi anche il limite. Ed è forse proprio questo che oggi abbiamo bisogno di recuperare: non possiamo parlare seriamente di sostenibilità senza accettare che esistano dei limiti al consumo, allo sfruttamento e al nostro desiderio di possedere tutto.

Fra’ Massimo Corallo: «Francesco? Viviamolo al presente»: un dettaglio del dipinto di Giotto "Predica agli uccelli"

Giotto, Predica agli uccelli, 1297-1299

Nel Cantico delle creature la terra è madre, “che ci sostenta e governa”. Che cosa cambia nella nostra maniera di abitare il mondo se, appunto, la terra è madre e non una risorsa?

Cambia quasi tutto. Una risorsa si misura per quanto può produrre. Una madre si custodisce perché da lei abbiamo ricevuto la vita. Questa idea per noi è diventata anche un piccolo progetto concreto. Alcuni terreni agricoli sono stati donati ai Frati Minori e abbiamo deciso che non dovessero rimanere semplicemente un patrimonio da amministrare. Da un agrumeto della Piana di Catania abbiamo raccolto le arance e abbiamo prodotto una marmellata solidale. L’abbiamo chiamata “Giuseppina”, in memoria della professoressa Giuseppa Stramondo, legata alla storia di quei terreni.

Leggi anche:  Sprechi alimentari, per Waste Watcher gli italiani sono più virtuosi

Nel 2026, da circa 1.800 chili di arance, abbiamo prodotto 9.000 vasetti. Il ricavato viene destinato ai progetti sociali legati alla parrocchia e a Smg Lab. Mi piace perché in un vasetto apparentemente semplicissimo si chiude un piccolo ciclo: una terra ricevuta in dono produce frutti; i frutti diventano lavoro e prodotto; il prodotto genera risorse; quelle risorse ritornano alle persone più fragili. La terra, davvero, “ci sostenta e governa”.

Ascolta “22 settembre” di Fra’ Massimo Corallo

 

Il biografo di Francesco, Tommaso da Celano, racconta che lui voleva lasciare incolti i bordi intorno all’orto, riservando inoltre una parte del suolo a piante odorose e da fiore. Che cosa dice questo gesto sul modo francescano di coltivare e di curare la terra?

È un’immagine che trovo straordinariamente moderna. Francesco accetta che una parte della terra non debba necessariamente “servire” a qualcosa. Lascia spazio al gratuito, al selvatico, alla bellezza. Noi siamo abituati a domandarci quanto rende un terreno, quanti chili produce, quale reddito genera. Sono domande legittime, naturalmente. Ma Francesco ne introduce un’altra: possiamo lasciare sulla terra qualcosa che non sia destinato al nostro profitto? Anche lavorando al nostro progetto agricolo mi accorgo che questa è una provocazione molto concreta. Coltivare non significa spremere il massimo possibile da un terreno. Significa entrare in una relazione con esso, rispettarne i tempi e consegnarlo a chi verrà dopo di noi possibilmente migliore di come lo abbiamo ricevuto.

Fra’ Massimo Corallo: «Francesco? Viviamolo al presente»: il frate in una radura incolta, inquadratura dall'alto

Foto: Youtube

Ma che cosa della visione di Francesco si comprende davvero solo vivendone l’esperienza quotidiana? E che cosa, invece, rischiamo di non vedere quando lo guardiamo dall’esterno, come una figura storica o un’icona universale?

Da fuori si vede facilmente il Francesco della pace, della natura, della fraternità. Sono aspetti veri, ma rischiano di diventare un poster. Vivendolo ogni giorno si scopre invece un Francesco molto più scomodo. Un uomo che deve continuamente fare i conti con il fallimento, con i conflitti dentro la fraternità, con la malattia, con il proprio corpo che non risponde più, con un progetto che crescendo non è più quello che aveva immaginato. Eppure, proprio alla fine della sua vita, quasi cieco e molto malato, scrive il Cantico delle creature. Questa cosa mi ha sempre impressionato: il suo canto più luminoso nasce dentro una stagione molto buia. Forse è questa la parte di Francesco che sento più vicina: non un uomo che ha eliminato il limite, ma un uomo che ha imparato ad abitarlo.

Fra’ Massimo Corallo: «Francesco? Viviamolo al presente»: inquadratura ravvicinata dei piedi del frate

Foto: Facebook

Nel suo cammino la musica occupa da sempre un posto di rilievo e nei suoi brani spazia dalla ricerca spirituale (pensiamo ad esempio a Mi arrendo) ai dolori, alle separazioni e alle vicissitudini che vivono le persone comuni. Come nasce una canzone, quando la sua vita da frate incontra quella di chi soffre?

Quasi mai parto dicendo: adesso scrivo una canzone religiosa. Parto da una storia, da una ferita, qualche volta da una frase che qualcuno mi ha detto e che continua a lavorarmi dentro. Essere prete significa incontrare continuamente vite reali: amori che finiscono, famiglie che provano a ricominciare, persone che hanno paura, ragazzi che cercano un posto nel mondo, uomini e donne che pregano e contemporaneamente dubitano. Tutto questo inevitabilmente entra nella mia musica.

Leggi anche:  La Sicilia e le colture tropicali, l’altra faccia del clima che cambia. Fra criticità e benefici

Da qui nasce anche Il Cantico del Limite, il progetto musicale al quale sto lavorando. Il limite normalmente viene percepito come qualcosa da eliminare: il fallimento, la fragilità, una separazione, una ferita, il confine che non riusciamo a superare. Io provo invece a raccontare cosa accade quando smettiamo di combattere ossessivamente contro quel confine e cominciamo ad abitarlo. Non è un concerto religioso nel senso tradizionale. È musica, racconto, esperienza umana e ricerca spirituale. Mi interessa soprattutto parlare anche a chi non entrerebbe mai in una chiesa. Perché credo che Dio abbia molto più a che fare con le nostre crepe di quanto normalmente immaginiamo.

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Massimo Corallo (@massimocorallo)

 

Lei è attivo anche sui social, spazi sempre più assediati da odiatori, dalla “vetrinizzazione” forzata delle esperienze personali, per riprendere un concetto coniato dal sociologo Vanni Codeluppi, dall’esposizione compulsiva dei corpi. Come si porta la ricerca spirituale in un contesto di questo genere?

Accettando innanzitutto di stare lì. Non credo nella fuga dai social. Sono luoghi reali perché reali sono le persone che li abitano, anche se spesso i meccanismi delle piattaforme premiano l’esibizione, la polarizzazione e la reazione immediata. Il problema nasce quando cominciamo a vivere per poterci raccontare, anziché raccontare qualcosa perché lo abbiamo vissuto. La spiritualità può introdurre nei social qualcosa di profondamente controcorrente: profondità, silenzio, dubbio, attesa. Tutte cose poco compatibili con la velocità dello scroll.

Leggi anche:  Ecologia letteraria, lo sguardo che rivela l'invisibile. A tu per tu con Serenella Iovino

Da docente di comunicazione, però, so anche che non basta avere qualcosa di vero da dire: bisogna imparare a comunicarlo bene. Il Vangelo non ci autorizza a essere noiosi. Possiamo usare immagini, musica, video, intelligenza artificiale e nuovi linguaggi. La questione decisiva rimane sempre la stessa: la tecnologia è uno strumento che sto usando oppure, senza accorgermene, sono diventato io uno strumento della tecnologia?

Fra’ Massimo Corallo: «Francesco? Viviamolo al presente»: il concerto "Cantico del limite", lo scorso 19 maggio a Catania.

Il concerto “Cantico del limite”, lo scorso 19 maggio a Catania. Foto: Youtube/Nuovo Sud

Da quest’anno il 4 ottobre, festa di san Francesco, torna ad essere una festa nazionale, dopo la soppressione del 1977. Come possono scuole, enti, comunità e tutti noi riempire questa giornata di contenuti su ambiente e solidarietà, senza ridurla ad un semplice giorno libero?

Forse evitando proprio di “celebrare Francesco” e provando, almeno per un giorno, a fare qualcosa alla maniera di Francesco. Una scuola potrebbe adottare concretamente un pezzo di territorio; un Comune restituire alla comunità uno spazio abbandonato; un’impresa destinare competenze e risorse a un progetto sociale; una parrocchia mettere intorno allo stesso tavolo persone che normalmente non si parlano. E sarebbe bello che il 4 ottobre diventasse anche una giornata nella quale i ragazzi potessero interrogarsi sul loro rapporto con il consumo, il cibo, la tecnologia, la pace e la fragilità.

Leggi anche:  Giacomo Sartori e l’alfabeto invisibile del suolo. Viaggio nel mondo che dà la vita

Il rischio delle commemorazioni è parlare moltissimo dei grandi uomini e cambiare pochissimo la nostra vita. A ottocento anni dalla morte di Francesco, credo che il modo migliore per ricordarlo non sia aggiungere un’altra statua o un altro convegno. È provare a prendere sul serio almeno una delle sue intuizioni: nulla esiste soltanto per noi. Né la terra, né le cose, né gli altri.

Fra' Massimo Corallo: «Francesco? Una sfida per l'oggi»: Fra Massimo con i suoi parrocchiani

Foto: Facebook

E forse neppure la nostra stessa vita.

Condividi questo articolo: